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Usa, cosa succede ora a pochi giorni dalle elezioni. Il punto della situazione

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Manca meno di un mese alle elezioni presidenziali americane, tra dibattiti sondaggi, e cosa dice la stampa abbiamo cercato di capire meglio la reale situazione attraverso due interviste a studiosi e giornalisti a New York. Ecco la reale situazione in Usa.

Usa elezioni

A venti giorni dall’Election Day che porterà all’elezione del prossimo presidente degli Stati Uniti, l’America si sveglia più perplessa che mai. L’ultimo dibattito a Las Vegas, restituisce al mondo un’immagine molto aggressiva, coerente con i toni di questa ultima campagna elettorale.

L’ultimo duello, che si è tenuto a Las Vegas, premia Hillary Clinton sul carro del vincitore.
La notizia su tutti i giornali americani è la frase preoccupante, destabilizzante per la democrazia americana, dice Clinton sul mancato riconoscimento di Trump del risultato elettorale.
“non lo so ancora, dice il tycoon, se accetterò il risultato. Lascio un pò di suspence”.
“Questo è orribile, replica Clinton, un’offesa per la nostra democrazia”.
Un colpo da One man show, quello di Trump, abituato com’è ai suoi reality show.

La stampa americana nel day after

La stampa americana apre concedendo a Clinton la vittoria.

“Tutto quello che Trump non ha fatto e che avrebbe dovuto fare, spiega il NY Times, descrivendo però un Trump meno aggressivo del solito e una Clinton che tira fuori le unghia”.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche il Washington Post, che riporta gli instant pool del post dibattito, quelli che hanno assegnato la vittoria alla Clinton (56%), ammettendo che ancora una volta i toni sono stati piuttosto accesi ma che Trump è sembrato più dimesso e meno aggressivo.

Diverso l’approccio di LA Times, da sempre chiaramente a sostegno di Trump che giudica l’ultima performance del magnate la migliore degli ultimi tempi.

L’America spaccata in due tra preoccupazione e perplessità

E intanto l’America sembra ancora più perplessa. I temi toccata nell’ultimo dibattito sono gli stessi di sempre: immigrazione, politica estera, lo scandalo delle donne che hanno accusato Trump di molestie sessuali, lo scandolo delle email cancellate da Clinton, le rivleazioni di Wikileaks.
Le posizioni dei due candidati: le stesse. Trump vuole costruire muri, Clinton parla di una nuova politica immigratoria che non separi le famiglie ai confini; Hillary lo accusa di misoginia, violenza alle donne e lui di essere una bugiarda.
Il risveglio nel post dibattito assomiglia a quello da un incubo.
Mai l’America è stata cosí divisa, preoccupata come durante quest’ultima campagna elettorale.

La politica vista da studiosi e intellettuali americani

Hillary Clinton e Donald Trump, I due candidati alla Casa Bianca, hanno cambiato il linguaggio politico e mediatico di queste ultime elezioni. Ne abbiamo parlato con due esperti di giornalismo e media. Regina Tuma, si occupa di Psicologia dei Media all’Università Fielding a Santa Barbara, in California e George De Stefano, editor e giornalista a New York.

Cosa succederà agli Stati Uniti in caso di vittoria dell’uno o dell’altro candidato?

Per Regina, Con Trump assisteremo ad una polarizzazione della società e ad una spinta piu’ vigorosa verso le politiche anti immigratorie mentre con Hillary, sarei curiosa di capire se lei continuerà verso la strada del neoliberismo oppure prenderà una virata verso una politica più progressista.

Lo stesso ammette Georg De Stefano, Con Hillary Clinton, molto probabilmente vedremo una continuazione del centrismo di Obama, ma con una politica estera e militare più aggressiva. Sarà interessante vedere se le critiche che vengono dalla fazione più progressista dei democratici, quella che ha supportato Sanders, su alcune posizioni di Hillary su Wall Street, gli istituti bancari, il commercio, e il suo incrollabile sostegno al regime di Netanyahu di estrema destra in Israele, avranno alcun effetto sulle sue politiche da presidente. Per quanto riguarda Trump, è difficile prevedere cosa farebbe se eletto un carattere impulsivo come il suo.  In ogni caso questa futura presidenza, sotto il controllo del GOP al Congresso, certamente avrà un programma reazionario in molti settori, dall’economia alla politica sociale alla politica estera.

Ma come è riuscito Donald Trump ad arrivare sin dove è arrivato?

Le lacune e le colpe sono imputabili sia al partito democratico che al partito repubblicano.

In realtà Trump è il risultato attuale di alcuni precedenti , se pensiamo a Sarah Palin. Lui ha accentuato alcuni caratteri e comportamenti presenti da qualche tempo.

Ad alcuni Donald Trump piace per questa capacità di essere diretto, immediato, con un linguaggio da outsider, fuori dagli schemi. Riesce a parlare alla pancia delle persone ed intercettare sentimenti di rabbia, stanchezza, diffuse nella popolazione americana, dice Regina.

Trump fa leva su un risentimento profondo legato a profondi cambiamenti culturali e sociali che hanno caratterizzato questo paese nel corso degli ultimi decenni.
Il suo programma trova terreno fertile in un profilo molto diffuso in America: quella parte di popolazione bianca, conservatrice, che si nutre di rabbia nazionalista.
Trump alimenta il razzismo, la xenofobia, l’omofobia, e la misoginia. Ma nello stesso tempo è anche riuscito a sfruttare le legittime preoccupazioni circa l’economia e i cosiddetti accordi di libero scambio. Il suo populismo economico è totalmente falso . Per esempio, da un lato fa produrre il suo merchandising in Cina – dall’altro critica chi ricorre alla manodpera straniera, chiude De Stefano.

Il confronto inevitabile con Berlusconi

Inevitabile il confronto con Berlusconi, che la stampa americana, prima fra tutti il NY Times, ha da subito evidenziato.

Entrambi vengono dal mondo dell’imprenditoria, sono istrionici, sopra le righe. Berlusconi a differenza di Trump controlla i media italiani in maniera diretta perchè ne è proprietario. Il conflitto di interessi è molto evidente, sostiene Regina Tuma, mentre per De Stefano, entrambi sono creature di quella che potremmo chiamare “mediacracy”, cioè, una situazione in cui il controllo o il possesso dei mezzi di comunicazione diventa un mezzo per influenzare la politica. Berlusconi, sicuramente ha usato il suo impero mediatico per fare carriera politica e, naturalmente, i suoi interessi commerciali. Ha avuto anche un programma politico, anti-Sinistra e neoliberale. Trump, anche se non fa lo stesso uso dei media di Berlusconi ovviamente, è un prodotto mediatico e un manipolatore dei media, così come un “marchio”.

La corsa alla presidenza e il ruolo dei social media

Se c’è una novità che i candidati hanno portato in questa campagna elettorale è l’uso e l’abuso dei social media.

Mentre Hillary è diventata molto professionale nell’uso dei social, usando un linguaggio professionale, Donald ha un linguaggio sopra le righe. E’ lui stesso a fare un uso diretto degli account social. Lo si capisce dai toni e dall’immediatezza mentre la Clinton si avvale di staff professionali ed usa un linguaggio sempre politicamente corretto, ben studiato a tavolino, afferma Regina che si occupa proprio di Media Psichology.

I social media, purtroppo, sono stati un veicolo di alcuni dei peggiori eccessi di questa campagna, se pensiamo a Trump con i suoi tweet ai suoi seguaci sui social media, molti dei quali sono l’espressione violenta di sentimenti razzisti, sessisti, omofobici. Ma abbiamo assistito anche ad una ricaduta dei media tradizionali. Chi avrebbe mai immaginato che il New York Times avrebbe pubblicato, in prima pagina, una trascrizione senza censure del cosiddetto “pussygate” di Trump, chiosa De Stefano.

Obama e gli ultimi giorni di una presidenza che ha deluso

Questi sono gli ultimi venti giorni della presidenza Obama. Il primo presidente afro-americano della storia ha deluso le aspettative del popolo a stelle e strisce.

Per i progressisiti e’ stato troppo centristi ed e’ sceso troppo a compromessi, per i conservatori era troppo di sinistra, dice Regina.

Non posso parlare a nome degli americani, ma è chiaro che è stata una delusione per molti che lo hanno sostenuto. Per me, si è rivelato esattamente come mi aspettavo: un misto di liberalismo sociale e neoliberismo, con troppo militarismo per i miei gusti, come con la Libia, Yemen, e il recente scandaloso affare sulle armi pari a 38 miliardi di dollari con Israele. La sua amministrazione in pratica ha lasciato Wall Street e le banche fuori dai guai per le crisi finanziarie degli ultimi dieci anni. Ha perseguitato le gole profonde ma non I truffatori di Wall Street. Molti afro-americani, anche alcuni dei suoi più forti sostenitori, credono che non abbia mai adeguatamente messo a punto un’agenda di giustizia razziale e politica economica progressiva, fatta eccezione nei suoi discorsi. Sempre più persone hanno l’assicurazione sanitaria di prima, ma Obamacare, che un classico approccio neoliberale ha visto l’aumento dei premi assicurativi e altri problemi strutturali piu’ grandi. Mi viene sempre da ridere quando i conservatori lo denunciano come “socialista”. Sarebbe un socialista colui che è stato disposto a prendere in considerazione i tagli alla Social Security e Medicare per ottenere un accordo sul bilancio, come ha fatto Obama? Sostiene George.

 Bernie Sanders l’uomo dietro le quinte

Chissà se aleggerà ancora lo spettro di Bernie Sanders, l’altro candidato democratico che ha perso le primarie contro Hillary Clinton. Molti dei suoi sostenitori pensano che la sua campagna, il suo messaggio, avrà degli effetti sulla prossima candidature.
Avrebbe rappresentato il cambiamento, la svolta progessista, l’inizio di un’era diversa. Avrebbe posto fino a certe caratteristiche della società americana, dice Regina.
Sì. Sanders era la cosa migliore che potesse accadere negli ultimi decenni alla sinistra americana , e alla politica elettorale in generale. Ma l’energia e l’entusiasmo scatenati durante la sua candidatura non andranno via; si spera che saranno convogliati in movimenti, elettorali e non, per creare il vero cambiamento progressivo, sostiene De Stefano

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