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Cina in crisi economica? Ecco cosa sta succedendo veramente

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Preoccupa la crisi finanziaria che ha colpito la Cina facendo tremare i mercati mondiali. Ma la flessione cinese non provocherà nessuna crisi economica mondiale. La Cina rimane un gigante con un tasso di crescita annuale del PIL che supera il 6%. Vediamo di spiegare in maniera semplice la situazione cinese e come l’Italia può esserne coinvolta.

crisi
Hang Seng Index in Hong Kong, China January 20, 2016. REUTERS/Bobby Yip

La Cina è in crisi? Le borse cinesi hanno cominciato il 2016 con un nuovo tonfo ad inizio gennaio. E’ il terzo in pochi mesi. Secondo gli esperti è ancora troppo presto per stabilire se questo mini-crack sia dovuto ad un adeguamento del mercato finanziario, dopato dalle misure eccezionali adottate lo scorso anno da parte dei regolatori economici del paese, o se invece esso è il primo sintomo di una profonda crisi.

La stessa volatilità del mercato cinese dimostra la fragilità della seconda economia mondiale (la Cina appunto) e la sua incapacità di creare un clima di fiducia per gli investitori. Se dovesse continuare così, è chiaro che alcune importanti conseguenze si faranno sentire oltre i confini del colosso asiatico.

I capitali cinesi si spostano verso mercati più sicuri

Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale il saggio di sviluppo in Cina si è ridotto significativamente negli ultimi 5 anni e continuerà a calare nei prossimi a venire: il paese è passato dal +10,6% del 2010 al +6,7% del 2015. Il flusso di capitali cinesi si è spostato verso mercati più sicuri, come quello americano: soprattuto dopo le botte alla borsa di Shangai che ha provocato la fuga degli investitori cinesi riversatisi nei mercati occidentali. Spostando i capitali verso gli Stati Uniti e investendo a Wall Street i Cinesi hanno contribuito alla sopravalutazione del dollaro rendendo le proprie esportazioni più competitive. E’ il meccanismo del libero mercato.

La Repubblica Popolare di Cina ha abbandonato infatti l’utopia del socialismo reale, del collettivismo e di un’economia pianificata già dalla fine degli anni ’70. Dopo la morte di Mao Tzé Dong (1976) e l’ascesa al potere del pragmatico Deng Xiao Ping fautore delle prime aperture al capitalismo.  Oggi la Cina è la seconda potenza economica mondiale, un sistema di mercato controllato in cui la proprietà privata è sempre più centrale e in cui la formazione dei prezzi avviene sul mercato libero.

Cina lavoro

Resta un controllo statale su alcuni prodotti finanziari come le vendite di azioni ma in generale il sistema economico cinese ha tutte le caratteristiche delle economie di mercato, incluse l’evasione fiscale, la corruzione e il contrabbando. Si tratta di un’economia parzialmente controllata da un sistema politico totalitario retto dal partito unico (PCC- Partito Comunista Cinese) e che non ammette il pluralismo. Un sistema politico funzionale alla crescita economica di Pechino: il totalitarismo cinese ha contribuito allo sviluppo dell’economia impedendo scioperi, annulando diritti e controllando i salari.

Crisi in cina: cos’è successo nell’ultimo anno

Nell’ultimo anno il mercato azionario cinese ha subito tre botte. La prima fra l’ 8 e il 9 luglio 2015 con una caduta degli indici della borsa di Shangai del -30%; la seconda si è verificata il 24 agosto con una perdita pari al -8,5% in un solo giorno. L’ultima il 4 e il 7 gennaio scorso con le contrattazioni della borsa di Shangai sospese dopo mezz’ora dall’apertura dei mercati a causa di una caduta del -7% dell’indice.

Da notare che negli ultimi mesi, per sostenere la crescita, il governo di Pechino ha moltiplicato le misure per rilanciare l’economia abbassando i tassi di interesse, acquistando titoli e svalutando la moneta nazionale (Yuan). Queste misure non hanno migliorato la situazione e la svalutazione dello Yuan è stato interpretato all’estero come un pericoloso segnale del malessere dell’economia cinese.

crisi cina
yuan

Similmente alla crisi finanziaria del 2008 il settore da cui è partita la crisi cinese è stato quello immobiliare ma la bolla finanziaria è scoppiata per un sovrainvestimento di titoli. Come in Spagna, in Cina hanno cominiciato a costruire forsennatamente, l’offerta ha ecceduto la domanda, i prezzi sono crollati e la bolla finanziaria è scoppiata.

Cosa potrebbe succede in futuro

Se la crescita cinese continua a rallentare, se la sua economia rimane stagnante le esportazioni europee potrebbero risentirne. La Germania, il cui PIL è costituito al 50% dalle esportazioni (la sola Cina rappresenta il 17% delle sue esportazioni totali) rimane il paese più esposto. Secondo i dati Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, la quota di scambi di merci tra l’UE e la Cina è passata dal +7% del 2002 al +14% nel 2014.

Tuttavia, l’insieme delle esportazioni dell’UE verso la Cina rappresentano “solo” il 10% del totale delle esportazioni dell’UE, a fronte, ad esempio, di un 18% verso gli Stati Uniti o dell’8% verso la Svizzera. E’ bene ricordare che per la stragrande maggioranza dei paesi europei, il principale partner commerciale per le esportazioni di beni è un altro paese membro dell’Unione Europea.

Alla fine del 2015 l’Italia e la Repubblica Popolare Cinese hanno celebrato 45 anni di relazioni economiche con un seminario tenutosi a Roma alla presenza delle massime istituzioni italiane e dell’ambasciatore cinese in Italia Li Ruiyue.

I rapporti economici tra Cina e Italia

La conferenza è stata l’occasione per fare il punto sulle relazioni economiche con il gigante cinese. Un’economia con un tasso annuale di crescita del Pil che supera il +6% mentre il Fmi conferma le stime di crescita per l’Italia al +1,3% e al 1,7% nell’intera zona euro per il 2016.

L’Italia è per volume d’affari, tra i paesi dell’Unione Europea, il quinto partner commerciale della Cina. I prodotti che l’Italia importa dalla Repubblica Popolare Cinese sono principalmente componenti meccanici ed elettronici, prodotti tessili e abbigliamento, metalli e prodotti in metallo, prodotti chimici (incluse materie plastiche, gomme e prodotti derivati), borse, calzature, autoveicoli. Lungo la direttrice opposta i prodotti che la Cina importa dallo Stivale sono prevalentemente macchinari industriali, attrezzature, pelli animali e articoli di pelletteria, nonché strumenti ottici e farmaceutici e l’alta gamma del lusso.

La frenata dell’economia cinese porterà a un rallentamento del commercio essendo la Cina la “locomotiva” dell’economia mondiale. I settori industriali italiani più a rischio sono il lusso con i grandi marchi della moda esposti a perdite significative cosi come il settore alimentare di lusso, come i vini pregiati.  Nel crash della borsa di Shangai di agosto la flessione del lusso italiano fu evidente: con -5,5% Ferragamo, -3,2% Moncler e Tod’s.

Ma ad essere più esposti alla crisi cinese sono i paesi emergenti. Russia, Brasile, Africa del Sud e Nigeria: paesi produttori di materie prime molto più dipendenti dalla domanda cinese che non da quella americana o europea e che a causa della frenata dell’economia cinese potrebbero lamentare un abbassamento del costo delle proprie materie prime.

Più in generale, sul versante italiano, il prezzo dei prodotti cinesi potrebbe diminuire rilanciando i consumi interni. La svalutazione dello Yuan renderà infatti meno cari i prodotti cinesi in Italia mentre il calo del prezzo del petrolio e delle materie prime potrebbe favorire il potere d’acquisto degli Italiani.

Vedi anche: Come sta messa l’economia italiana

1 Comment

  1. Limp Yao
    20 novembre 2016 at 1:42 — Rispondi

    Il 17% dell’ export della germania verso al Cina? cioe’ il 17% di 1850 miliardi.
    l’import della svizzera in totale e’ 155 miliardi. se l’8% e’ il totale da UE verso Svizzera, va da se’ che dovete rifare (bene) i calcoli. innattendibile!
    e’ evidente che la Cina importa MOLTO di piu’ della svizzera, se chiudesse la svizzera, sarebbe un danno minimo, ma se chiudesse la cina sarebbe la catastrofe mondiale.
    se poi si sostiene che la cina ha una debolezza strutturale, vuol dire non capire nulla di economia, l’unica debolezza che ha e’ avere la pancia piena di miliardi da spendere.
    Ed ecco perche’fa shoping nel mondo, altro che mancanza di fiducia interna, trattasi semplicemente di conquista del mercato mondiale… esattamente come fanno gli altri capitalisti, con la differenza che i cinesi sono strapieni di miliardi. La CIna e’ l’officina del mondo. Sta al pianeta come la Germania Sta all’europa.
    Socialismo reale? (non significa nulla aggiungere quel reale).
    infatti voi stessi scrivete che lo Stato controlla la proprieta’ dei capitali, va da se’ che questo si chiama Capitalismo di stato e NON socialismo.
    DOVE esiste la proprieta’ non puo’esistere la socializzazione. E’ una contraddizione di termini.
    O e’ l’uno o e’ l’altro…
    Mao e’ stato il rappresentante della rivoluzione francese in Cina, eliminando i vecchi poteri feudali. Per farlo ha USATO terminologie legate al socialismo, era cosi piu’facile avere dalla sua parte le masse oppresse per secoli, millenni.
    Mao non e’ mai stato conseguente con i Principi del comunismo. Lo vediamo dalle sue scelte (anche personali).

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