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Francesco Daveri: “La macchina del lavoro riparte per ultima”. Intervista

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Crisi, deflazione, recessione e disoccupazione alle stelle. L’economista Francesco Daveri: “Gli 80 euro di Renzi e lo sblocco dei debiti della Pa possono far tornare l’Italia a crescere”.

Francesco-Daveri

Mentre l’Italia si ritrova in deflazione per la prima volta dal lontano 1959 (lontano quanto il boom economico di allora), i dati sulla disoccupazione continuano ad allarmare registrando la perdita di quasi mille occupati al giorno. Ne abbiamo parlato con Francesco Daveri, professore di economia dell’Università di Parma.

Da quando la crisi è cominciata l’Italia ha perso il 9% del PIL. E l’Istat ha certificato che siamo tornati in recessione. Cosa vuol dire per la quotidianità degli italiani?

Se il prodotto interno lordo in termini reali diminuisce vuol dire che diminuisce il reddito reale. Ovvero: al netto dell’inflazione, i soldi che entrano nelle nostre tasche non bastano più a comperare quello che comperavamo ieri. Non solo: la crescita della popolazione ora si è fermata, ma era stata positiva anche negli anni della crisi soprattutto a seguito dell’arrivo degli immigrati. A risentirne è stato quindi anche il reddito pro capite.

Scende il PIL e scendono i redditi delle famiglie, insomma.

Diminuiscono anche i redditi delle imprese, che cominciano così a lasciare a casa i propri lavoratori e diminuire le ore lavorate.

Questa è la nostra terza recessione in sei anni.

La recessione del 2008-9 è stata quella più violenta: abbiamo perso circa 7 punti di PIL. Ma era la prima dopo anni in cui l’economia era andata bene per i nostri standard. Siamo riusciti poi a riprendere solo 1.5-2 punti per poi perderne ancora fino a 4 e mezzo dalla seconda metà del 2011. Il quarto trimestre 2013 ha segnato un breve, minimo momento di ripresa (+0,1 per cento rispetto al trimestre precedente). Siamo poi tornati di nuovo ad un andamento marginalmente negativo e gli ultimi quattro trimestri sono stati molto vicini allo zero. La terza coda di recessione è arrivata perché sono peggiorati gli scenari internazionali a causa della crisi ucraina e in generale nel quadro di una minore crescita del commercio internazionale.

Quest’ultimo, fin dagli anni ’50, è sempre stato il motore della crescita con la globalizzazione, ovvero l’aumento della dimensione dei mercati e quindi della possibilità di piazzare i nostri prodotti in un numero crescente di Paesi, soprattutto più ricchi. Nel tempo la crescita del commercio annuo è stata anche superiore al 10%. Ora si è arrestata, confermandosi più vicina al 5%: il che porta ad una situazione di minore crescita potenziale delle nostre esportazioni. Oggi la crisi ucraina non ha un effetto particolarmente forte e diretto sulle nostre esportazioni, ma il fatto che la Russia produca meno vuol dire che tenderà anche a importare meno, con un’evidente ricaduta sulle esportazioni dei nostri prodotti verso quel mercato. Il commercio, in generale, viene naturalmente aiutato da un clima di relazioni pacifico tra i paesi. E questo non è un dettaglio.

Cosa pensa degli 80 euro di Renzi?

Come approccio hanno la loro plausibilità: gli anni di recessione dal 2011 al 2013 hanno visto soprattutto un netto calo dei consumi. Tradizionalmente i consumi scendono un po’ meno dei redditi perché la gente ha dei risparmi da parte. Solo che questa volta i risparmi erano già stati esauriti durante la prima recessione, quella del 2008-2009. Quando però gli italiani hanno di nuovo visto scendere i loro redditi a causa dell’aumentato carico di tasse impennatesi con il governo Monti per evitare il baratro dell’insolvenza finanziaria, confermate da Letta e per ora solo marginalmente toccate da Renzi, hanno dovuto rifare i conti in tasca e tagliare i consumi addirittura più di quanto siano scesi i redditi. Dare quindi una mano ai consumi e alle famiglie a basso-medio reddito pro capite – quelle individuate dalla manovra degli 80 euro – è a mio avviso una buona idea.

Perché non se ne vedono gli effetti?

80 euro in più in tasca sono reddito, non sono necessariamente consumo. Possono essere spesi oggi, domani, oppure essere accantonati. Si tengono da parte per le vacanze, il rientro a scuola, le bollette di settembre, una rata del mutuo. Ci sono molte ragioni per lasciare che questi redditi si accumulino nei conti correnti. Magari si vuole semplicemente risparmiare nel timore che un domani questi 80 euro in più al mese non vengano confermati.

La crescita promessa dal Governo non si vede. Quali sono gli interventi necessari e prioritari?

Per ora mettere i soldi in tasca a coloro che possono spendere e investire. Dunque, prima di tutto, rendere permanente la manovra degli 80 euro. L’idea di estenderli alle famiglie numerose è buona ma aumenterebbe i requisiti di copertura. Per avere una crescita positiva da qui a fine anno resta poi urgente il rimborso dei debiti della pubblica amministrazione. Sono due iniziative che credo possano produrre un effetto tangibile. Le riforme, poi, sono tutta un’altra cosa. Sono necessarie per modernizzare il paese ma costano politicamente e i loro effetti non saranno visibili almeno prima di un anno.

Come si fa a far ripartire la macchina del lavoro?

I politici vogliono sempre mostrare le loro buone intenzioni sottolineando che il lavoro viene prima di tutto. Dal punto di vista economico però le cose non stanno così: viene dopo. E non per il cinismo degli economisti ma perché materialmente, in un’economia di mercato, le aziende sono libere di scegliere cosa fare entro le leggi esistenti: scelgono se assumere o meno. La macchina del lavoro in realtà purtroppo dunque riparte per ultima: prima devono ripartire i fatturati. Solo allora le aziende potranno riassumere e richiamare i lavoratori dalla cassa integrazione o fare nuovi assunzioni.

Cosa si può fare allora?

Adottare una misura come il decreto Poletti per cercare di rendere più semplice la proroga dei contratti cosiddetti precari. Oppure – per ora il provvedimento resta nella legge delega – trasformare un contratto di lavoro a tempo indeterminato in un contratto a tutele crescenti lasciando per i primi tre anni una qualche flessibilità all’azienda. Due filosofie molto diverse (e anche con qualche problema di coesistenza) che hanno la funzione di facilitare la creazione di lavoro. Senza fatturati, comunque, non bastano: non producono occupazione. E senza consumo non ci sono fatturati interni. Ci possono essere quelli esteri, ma in questo momento anche gli altri Paesi consumano meno. La preoccupazione per la situazione geopolitica pesa, e non è che i tedeschi – nostro principale mercato di sbocco – se la passino poi così bene.

Le politiche di austerità attuate in molti paesi dell’Eurozona non sono riuscite a ridurre il debito e per alcuni hanno fatto gravi danni. Cosa deve fare l’Europa? L’Italia che parte farà?

Non credo che sia il momento di proporre revisioni di trattati firmati da 28 Parlamenti, del patto di stabilità, del Fiscal Compact. Quest’ultimo a mio avviso contiene dei margini di attività che sono quanto serve per poter sforare eventualmente quei deficit troppo stringenti nei casi – come il nostro – in cui un’economia vada male. Quello che si può fare è sfruttare i margini dei trattati esistenti che permettono a quei Paesi che stanno investendo sul futuro (portando avanti le riforme del lavoro, della Pa, del fisco) spazio di manovra e tempo per rientrare dai debiti pubblici. Il nostro problema non è tanto il deficit, ovvero lo sbilancio tra uscite ed entrate in un singolo anno: ci manteniamo sotto al 3% e non sono molti i Paesi in Europa che riescono a farlo. Il nostro problema è il debito. La strada che abbiamo di fronte è quella, noiosa ma necessaria, di muoverci in modo ordinato e determinato lungo il percorso intrapreso ma ancora poco attuato nei primi sei mesi dal governo Renzi.

Gli annunci una riforma al mese o puntare la comunicazione sulla velocità aveva senso per ridare fiducia?

Il premier ha iniziato con orizzonti temporali poco plausibili. Una riforma al mese. Ora parla di mille giorni: mi sembra un orizzonte temporale più sensato. Gli annunci hanno funzionato, come dimostrato dagli esiti elettorali delle elezioni europee. Adesso però, siccome la fiducia – come diceva una pubblicità di un bel po’ di anni fa – è una cosa seria e si dà alle cose serie, è importante che venga consolidata con degli atti concreti.

Come?

Attuare e completare la riforma del lavoro e quelle della pubblica amministrazione e della giustizia già basterebbe per farci garantire in Europa tutti gli sconti di cui abbiamo bisogno. E questo non perché ci sia un’ossessione per le riforme: il punto è che si tratta di tutti quei provvedimenti che servono per rendere le economie europee più competitive nell’arena globale.

Quindi è ottimista?

Spero si faccia una chiara lista di priorità. Il fatto di aver inserito donne e giovani ha portato confusione nei ministeri perché ci sono molte persone nuove. Questo ha creato un momento di difficoltà di start up iniziale. Ma confido che ci sia modo di ingranare. Il timore è solo uno: quello di tanti, troppi fronti aperti. Rimango fiducioso del fatto che si possa fare qualcosa in Italia: lo dicono anche i capitali stranieri che non hanno smesso di confluire per tutto il corso dell’anno. Certo, se prevalesse l’effetto ingorgo, anche quei capitali fuggirebbero a gambe levate.

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