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Siria, le alleanze incrociate di una guerra infinita

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A cinque anni dall’inizio della guerra in Siria i fronti di combattimento si sono moltiplicati nel paese, un fazionalismo che la comunità internazionale non è in grado di arginare. Sul campo, intanto, si muore. Secondo gli organismi umanitari sarebbero già 300mila le vittime di un conflitto che ha costretto all’esilio anche milioni di civili

Siria Aleppo

Accadeva esattamente quattro anni fa. I ribelli islamisti, nemici del presidente siriano Bashar al-Assad, penetravano per la prima volta ad Aleppo. Fino ad allora in città si combattevano, da un lato, gli avversari armati di Assad, divisi in una miriade di gruppi raramente coordinati, ed i soldati dell’esercito del regime. Cinque anni più tardi, ad Aleppo e nel resto del nord della Siria, i conflitti si sono sovrapposti e i belligeranti si sono moltiplicati.

Sul campo, l’esercito siriano ha ricevuto il sostegno del partito armato libanese Hezbollah e dei volontari sciiti iraniani, iracheni e afghani. In aria volano gli aerei e gli elicotteri russi che bombardano le postazioni dei ribelli ma anche gli ospedali, i mercati e le scuole. Di certezze in questa guerra ce ne sono poche ma l’alleanza e il sostegno dei Russi all’antico alleato siriano dei tempi della guerra fredda non è mai stata in discussione. Le uniche basi navali russe sul Mediterraneo, superstiti dell’Armata rossa, si trovano a Latakia, sulla costa settentrionale del paese e i sono rimaste anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Allora il mondo era diviso in blocchi contrapposti e la Siria aveva scelto il campo socialista.

La composizione degli oppositori al regime è cambiata rispetto alle prime fasi della rivolta diventata guerra civile. Ci sono ancora sacche di gruppi aderenti al Free Syrian Army a sud del paese, il gruppo che l’Occidente ha subito appoggiato e che si è disgregato trafugando armi verso l’Isis. Ma ad Aleppo la maggioranza dei combattenti anti-Assad sono islamisti o jihadisti.

A mantenere questo stato di caos c’è lo Stato Islamico, ancora presente nella regione. Il tempo delle veloci offensive e conquiste nel Levante del Califfato del 2004-2005 è finito, il feudo dell’Isis di Manbij è caduto ad agosto 2016. Ma nonostante i bombardamenti e le promesse occidentali di offensive più incisive, Raqqa, la capitale (in Siria) dell’autoproclamato Stato Islamico non è oggi in pericolo.

Ci sono poi i curdi. Combattono una guerra a parte e si sono rivelati gli unici interlocutori affidabili dell’Occidente nella guerra all’Isis. E’ un conflitto che combattono alleandosi di volta in volta con il regime o con dei guerriglieri arabo-sunniti locali di origine tribale. I curdi godono, de facto, di un’autonomia territoriale sostenuta dalla coalizione occidentale. La loro è una lotta per l’indipendenza che coinvolge alcuni limitati territori del nord del paese di cui tentano di prendere il controllo nel vuoto di potere generato dalla guerra civile.

In mezzo a queste guerre incrociate, ci sono i civili intrappolati in alcuni centri urbani. Uno su tutti: Aleppo, una città antichissima, patrimonio dell’Unesco, capitale economica del paese prima della guerra civile. Oggi è un ammasso di macerie e di morte. Dal 17 luglio 2016 i quartieri della città controllati dai ribelli sono assediati incessantemente. Gli aiuti umanitari, perfino quelli dell’Onu, sono saltati perché considerati troppo pericolosi.

Nei quartieri assediati i giovani bruciano gli pneumatici per scurire il cielo, tentando di ostacolare i bombardamenti. “Ma sappiamo che è inutile, contro l’esercito siriano almeno. I suoi elicotteri gettano barili esplosivi a caso senza davvero mirare. Ma speriamo di prevenire almeno attacchi russi e attirare l’attenzione della comunità internazionale sul dramma della città”, dice Monzer Sallal, un membro del Comitato per la Stabilità del Governatorato di Aleppo. Secondo lui circa 60mila famiglie sono in trappola ad Aleppo, città dove i prezzi dei beni di prima necessità sono saliti alle stelle.

Il regime siriano e la Russia hanno annunciato la creazione di “corridoi umanitari” per evacuare la popolazione. Ma ben pochi civili vi ci sono avventurati temendo di essere scambiati per ribelli dalle forze governative e cecchinati. Una quarantina di ONG ha condannato questa opzione attraverso un comunicato denunciando che non ci sarebbero garanzie umanitarie per chi decidesse di lasciare la propria casa, sotto i bombardamenti, per fuggire incontro agli assedianti, ai propri aguzzini.

Diffamata dagli attivisti umanitari siriani per la sua inazione e la sua incapacità di fermare i massacri, le Nazioni Unite e il suo inviato in Siria, Staffan de Mistura, sperano di rilanciare i negoziati che si terranno a Ginevra a fine agosto 2016:”Anche se ci riuscissero, non vedo a cosa porterebbe: per realizzare un accordo che tenga ci vuole un garante ma gli unici due paesi che potrebbero prendersi carico di tale responsabilità sono fuori gioco. La Russia perché belligerante diretta sul campo e parte in causa, gli Stati Uniti perché non vogliono impegnarsi in una nuova guerra soprattutto sotto campagna elettorale”, ha osservato Thomas Pierret, docente dell’Università di Edimburgo.

La battaglia di Aleppo è cominciata il 31 luglio nei sobborghi sudoccidentali della città. Da una parte ci sono i soldati del regime siriano e i suoi alleati, i militari di Hezbollah e i volontari iraniani e sciiti. Possono contare sulla copertura aerea dell’aviazione russa. Dall’altra, ci sono una ventina di gruppi ribelli, diverse migliaia di combattenti. Alcuni provengono dall’Esercito Libero Siriano come il gruppo Faylaq al-Sham e hanno ricevuto finanziamenti dagli Stati Uniti come la 13 ° Divisione. Ma la maggior parte dei combattenti anti-Assad, ad Aleppo come altrove, ha un’affiliazione islamista. Ci sono i nazionalisti salafiti di Ahrar al-Sham e i jihadisti di Fateh al-Sham, il nuovo nome del Fronte al-Nusra che ha da poco annunciato la sua rottura con Al Qaeda.

L’obiettivo dei ribelli è duplice: tagliare la principale via di rifornimento delle forze lealiste e rompere l’assedio imposto dal regime, particolarmente violento nei sobborghi orientali di Aleppo, zone controllate dagli insorti.

Sul campo lo Stato Islamico sta perdendo l’iniziativa. La presa di Manbij, città strategica, ne è la prova. Ma i combattimenti intorno a questo lembo di terra, sono durati oltre due mesi e hanno visto in campo una vasta coalizione delle Forze Democratiche Siriane (SDS), sostenuta dagli americani e composta da una maggioranza di curdi appartenenti al YPG, alleati a loro volta con alcune brigate arabe di combattenti locali.

La presa di Manbij è cruciale perché è attraverso lei che transitato la maggioranza dei jihadisti stranieri provenienti dalla Turchia che aderiscono al califfato nero.  Le battaglie di Manbij e di Aleppo avvengono strada per strada, casa per casa. I jihadisti hanno minato alcune zone della metropoli araba e hanno posizionato dei cecchini sui tetti delle case. Inoltre, mandano regolarmente kamikaze a farsi esplodere al volante di autobombe. E’ una guerra complessa, frazionata, sporca e infinita che coinvolge un gran numero di attori e che si svolge in una delle zone più calde del pianeta: il Medio Oriente.

Come sempre i civili sono in prima linea, fra l’incudine del regime siriano e il martello dei fondamentalisti armati. “Ad Aleppo come in altre contesti urbani sono decine di migliaia i civili in trappola. E quando scappano vengono colpiti dai soldati lealisti. Mentre quando i jihadisti dell’Isis retrocedono, li mandano in prima linea per proteggere la loro fuga e usarli come scudi umani. E’ uno scempio: i corpi non vengono neanche recuperati, marciscono nelle strade e nelle case fantasma”, dice Monzer Sallal, membro del Comitato di Stabilizzazione del Governatorato di Aleppo. Non mancano neanche gli “effetti collaterali” dei bombardamenti del SDS. Lo scorso luglio almeno 56 persone sono state uccise nel bombardamento del villaggio di Toukhar, a una decina di chilometri a nord di Manbij.

Lungo il confine settentrionale, è in corso una guerra di posizioni tra lo Stato islamico e i ribelli. Nei corridoi della diplomazia internazionale la situazione sembra in continua evoluzione: il primo ministro turco ha annunciato il 22 agosto “una pulizia lungo il confine turco-siriano”. “Pulizia” che potrebbe abbattersi indiscriminatamente sui combattenti curdi del SDS e dell’Isis, in guerra fra loro. La zona è notoriamente ambita dai curdi il cui obiettivo principale è quello di unificare la regione del Rojava e i territori rivendicati in Siria del nord e in Iraq. Uno stato curdo che andrebbe da Afrin, a ovest, fino al confine con l’Iraq, a est. Un piano respinto categoricamente dalla Turchia di Erdogan che rifiuta soltanto l’idea dell’istituzione di un’entità territoriale curda lungo il suo confine.

 

 

 

 

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