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Storie di donne che fanno sport da maschi

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Storie di donne che fanno sport maschili. Sono sempre più numerose le donne che praticano discipline tradizionalmente “per uomini”. Un processo irreversibile con al centro del cambiamento la donna che sfida innanzitutto sé stessa e non intende cedere quote della propria femminilità

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Schizzano sulle loro tavole nel traffico urbano, stanno sul ring a prendere pugni o corrono dietro ad un pallone ovale. Sono donne che fanno sport maschili: skater, pugili e rugbiste e del loro sport ne hanno fatto uno stile di vita. Universi maschili in cui crescono e evolvono giovani campionesse. Oltre al monopolio di genere infranto c’è una soglia oltre la quale lo sport deforma il fisico delle donne, togliendo loro grazia: basti pensare alle ginnaste dei paesi dell’Europa dell’est negli anni ’80. Il corpo di una pattinatrice su ghiaccio è diverso da quello di una campionessa olimpica di lancio del martello.

Ma una cosa è la femminilità, una plasticità un po’ utopica e di difficile definizione, un’altra è la personalità femminile che è qualcosa di più vasto e sfaccettato, forgiato nel tempo dall’esperienza e dai valori, dal vissuto e dall’etica. In questo senso lo sport ha sempre presupposto e favorito una filosofia di vita, l’onestà di un sano spirito competitivo mitigato da regole condivise. Cosa si perde in termini di femminilità e che cosa si guadagna in personalità praticando tre sport tipicamente maschili come lo skateboard, il pugilato e il rugby? Si tratta di femminilità perduta oppure riaffermata?

Camilla, pugile

Classe 1997, Camilla Abbiuso è una pugile semi-professionista residente a Piacenza, recentemente convocata dalla Nazionale giovanile di boxe italiana.  Trasferitasi al nord con la famiglia, Camilla ha un passato di obesità, bullismo e prese in giro quotidiane. Sfottuta per il suo peso e per le sue origini meridionali, i compagni a scuola la chiamavano “Monnezza” perché era grassa e veniva dal sud. “Ora avviso sempre tutti che faccio boxe cosi le cose sono subito chiare.

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Sarebbe difficile nasconderlo comunque: talvolta alla mattina arrivo con un occhio nero che il trucco non riesce a camuffare ed è inevitabile rivelare che sono pugile”. Prima di essere una ricerca interiore o una sfida personale per Camilla la boxe si inserisce in una strategia più ampia mirata a perdere peso. “Quella è la mia lotta quotidiana, combattere ogni giorno per stare in peso”.

A 12 anni Camilla rimane folgorata dalla grande statua in bronzo del pugile che svetta davanti alla palestra della Virtus et Salus, storica società di pugilato della città emliana.  Entra per la prima volta in palestra poco più che bambina con un peso che sfiora i 100 chili. “Era pigra, senza voglia, senza stimoli, sola e senza amici – ricorda il suo allenatore – nel tempo però ha trovato nella boxe un qualcosa che l’ha cambiata fisicamente e mentalmente. Ora è molto più determinata, più concreta, è una ragazza che ha tanti amici e che crea e mantiene relazioni”.

Una ragazza dolce e molto insicura anche secondo le parole dei suoi insegnanti che scoprono, dietro a quella fragilità, una carica di aggressività inespressa. “Nella nostra società  la pressione per rientrare nei canoni estetici di gracilità è fortissima: uso la boxe per sfogare lo stress di vivere una vita controllata sotto il profilo dietetico, sotto sorveglianza.  Ancora oggi la palestra è prima di tutto un luogo che mi protegge: è l’unico posto in cui ho la certezza di non essere rifiutata”.

Derisa fuori dal ring quanto coccolata in palestra: istruttori, maestri e compagni di boxe la riempiono di affetto e la incoraggiano a dare il massimo ad ogni sessione di allenamento. E sono tutti concordi, dalla madre ai professori di liceo, nel ritenere che la vita di Camilla è migliorata grazie alla boxe.  “Se non lotti non sei nessuno. Quando si entra in palestra o sul ring a combattere significa che si è qualcuno, che si accetta la sfida, che venderai cara la pelle fino alla fine e che ne varrà comunque la pena”.

Lara, rugbista

Lara Mammi ha 42 anni. E’ un’avvocatessa che divide la sua vita fra il foro di Modena e il campo delle “Giardiniere”, la squadra femminile del Modena Rugby, team che vanta un terzo posto in Coppa Italia nelle stagioni 2011 e 2012. “Fammi vedere come giochi è ti dirò chi sei”.

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Secondo Lara, una donna rivelerebbe la propria indole sul campo da rugby che non mente mai. “Non è uno sport da tempo libero, il rugby comporta impegno fisico e grande costanza. La mia passione per la palla ovale risale ad un viaggio in Irlanda paese nel quale il rugby è sport nazionale: tutte le scuole e le università hanno le loro squadre femminili”.

I legami che si creano fra le atlete sarebbero alla base del successo di questo sport che a differenza del pugilato è una disciplina di squadra. “Sono rimasta conquistata dall’ambiente e dalla filosofia del rugby: la lealtà e la solidarietà di corpo. In generale le donne sono molto più reticenti a creare legami di squadra ma una volta creati sono indissolubili perché più profondi: gli uomini non hanno problemi a cambiare squadra o città, le donne invece si legano ai colori, agli affetti, alle stesse persone, il tasso di abbandono è bassissimo fra le donne una volta creati i legami”.

La cattiveria e “l’occhio del tigre” vengono reinterpretate dalle atlete di sport tradizionalmente maschili. Al loro posto esistono la grinta, la determinazione e la dedizione: se il rugby può apparire come uno sport poco valorizzante della femminilità esso tempra lo spirito, il carattere e la personalità femminile. “Rimaniamo donne prima, durante e dopo la partita e abbiamo liturgie sportive identiche a quelle dei maschi”. Il terzo tempo viene infatti onorato e le giocatrici si trovano dopo le partite a sollevare e tracannare pinte di birra in compagnia. “C’è un’atmosfera di festa e goliardia negli spogliatoi, per ironizzare sulla supposta mascolinità del rugby abbiamo persino lanciato un nostro calendario”.

Anna, skater

Se c’è un ambiente in cui le femministe hanno ancora difficoltà a fare breccia è quello dello skateboard. Video, moda, riviste o competizioni, il mondo dello skate è fondamentalmente maschile, un universo urbano e selvaggio con una sottocultura mitizzata di “outlaw”, di strada e di branco: fra risse, bevute e vertiginose evoluzioni su rampe verticali.

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Tuttavia sono sempre più numerose le giovani ad iscriversi alle gare dei grandi concorsi internazionali che ormai hanno tutti una categoria femminile. Sono sfide relegate ai margini dei grandi eventi e i primi premi non arrivano mai neanche alla metà della somma messa in palio per i loro colleghi maschi. “Siamo sportivamente secondarie agli uomini, le donne che vediamo nei magazine o nei video di settore hanno una funzione essenzialmente estetica. I grandi sponsor specializzati l’hanno capito da tempo: due belle gambe sopra di una tavola vendono meglio di qualsiasi altra immagine”, dice Anna Grossi, 34 anni, skater milanese emigrata a Berlino.

“Ad un appassionato di motociclette piace vedere belle ragazze sdraiate su di un motore e così è anche con lo skate”, osserva Anna che insieme ad altre virtuose della tavoletta ha lanciato il concorso tutto al femminile “Suck my trucks” che si svolge ogni primavera nella capitale tedesca. “Vogliamo mostrare le skater femmine per quello che sono: delle atlete preparate quanto i loro omologhi maschili e non delle amatrici o ancora peggio delle “groupie””.

Anna ha cominciato a praticare lo skateboard da adolescente, influenzata dai fratelli maggiori, ed è stata testimone dell’evoluzione di questa disciplina nella Milano degli anni ’90 e 2000. “A quei tempi eravamo molto poche, oggi il numero di femmine che fanno skate è decuplicato ed è per valorizzare le ragazze in quanto sportive che abbiamo promosso una competizione unicamente femminile, già imitata in diversi paesi europei e in crescita di anno in anno”.

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