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Da 20 anni si occupa di immigrazione e cittadinanza negli Stati Uniti. “In Italia ero la ragazza americana, qui l’italiana”. Ma questo mix culturale l’ha aiutata nel suo lavoro. “Oggi essere italiani è cool”. Alle persone che vogliono trasferirsi negli Stati Uniti consiglia di avere un progetto chiaro. E su Trump dice: “Non è stato mai così difficile fare l’avvocato come in questo momento”.

Annalisa LiuzzoIl suo sogno era quello di intraprendere la carriera diplomatica, sogno che ha dovuto virare verso la brillante carriera forense. Annalisa Liuzzo, nata a New York da genitori italiani emigrati negli Stati Uniti, è senza dubbio il nome di spicco oltreoceano, e non solo,  in materia di immigrazione e cittadinanza.

Già a soli 24 anni, con una laurea in Scienze diplomatiche alla Georgetown University e in Giurisprudenza alla Hofstra University, inizia a lavorare come avvocato. Prima nei prestigiosi studi legali americani Garganigo, Goldsmith & Weiss, poi come titolare della Liuzzo & Associates a Manhattan.

Oggi il suo studio legale si occupa di assistere i propri clienti, sia individui che aziende, nella richiesta di acquisizone di visti temporanei, residenza permanente, cittadinanza, espatrio. I suoi clienti sono soprattutto italiani che vogliono stabilirsi negli Stati Uniti o investire in territorio americano. Annalisa, grazie alla sua formazione e istruzione americana e alla sua origine e cultura italiana, si presenta come il rappresentante ideale, un ponte, tra i due paesi.

In questa intervista per Donne sul Web ci racconta che impatto ha avuto il suo lavoro nell’era di Trump e agli italiani che vogliono venire negli Stati Uniti consiglia: “abbiate un piano preciso, questo è un paese dove si possono realizzare i propri sogni ma bisogna lavorare duro”.

Lei è una avvocatessa che da 20 anni svolge questa professione occupandosi di aiutare gli italiani che vogliono lavorare e investire negli Stati Uniti. Chi sono gli Italiani che negli ultimi 10 anni sono arrivati in America per lavorare? Possiamo tracciare un profilo e fare le differenze rispetto alla precedente migrazione?

 Negli ultimi cinque anni ad arrivare sono  soprattutto i giovani, tra i 20 e i 30 anni, mentre negli anni passati, intendo oltre dieci anni fa, i miei clienti avevano un’età tra i 50 e i 60 anni ed erano soprattutto legati al business dell’import/export.

Non vorrei parlare di fuga di cervelli. Quello è un fenomeno che abbiamo conosciuto circa 10 anni fa quando i laureati italiani arrivavano con un percorso accademico italiano ma senza uo specifico progetto definito in America. Oggi vedo tra i giovani una volontà e una determinazione affiancata da una chiara progettualità prima di stabilirsi in America, che sia nel campo della moda, della ristorazione, della finanza. I profili sono tanti e diversi: dagli ingegneri chiamati ad occuparsi di  aziende che producono macchinari complessi, ingegneri informatici, società italiane, agli chef e ai professionisti che lavorano nel campo della moda.

I nostri clienti non sono solo singoli individui, il mio studio rappresenta le  aziende dell’Europa occidentale e gestiamo una clientela che arriva maggiormente da Italia e Francia.

Diverse sono le tipologie delle aziende, da quelle informatiche, all’arredamento, cibo, moda.

Un particolare che ho notato: l’aumento negli ultimi anni del numero di artisti italiani che arrrivano negli Stati Uniti, attori, registi ma anche musicisti che vengono in tournèe.

Quali sono state le conseguenze della politica immigratoria dell’amministrazione Trump sul suo lavoro?

Non è stato mai così difficile come in questo momento storico fare l’avvocato. Prima il “Travel Ban” e poi “Buy American, Hire American”, entrambi ordini esecutivi voluti dall’amministrazione Trump, hanno cambiato molti aspetti della politica immigratoria che riguardano il lavoro di noi avvocati specializzati in questo settore.

Il travel ban ha riguardato cittadini provenienti da una lista di paesi, nella quale l’Italia non era inclusa mentre il secondo provvedimento “Buy Americam, Hire American” ha avuto un impatto sul visto H1B,  un  visto di lavoro che ogni anno viene concesso a 65 mila richiedenti.

I requisiti per ottenere questo visto sono : persone altamente qualificate (laurea) e la sponsorizzazione di un’azienda.

Negli ultimi 20 anni, questi requisiti sono stati sufficienti al rilascio del visto ma durante l’amministrazione Trump abbiamo visto un cambiamento nei criteri di valutazione delle pratiche che hanno reso più difficile la concessione di questo tipo di visto.

Un altro visto che ha risentito del provvedimento “Buy America, Hire America” è il visto E,  oggetto di un trattato internazionale ratificato tra Italia e Stati Uniti.

Si tratta di un visto che riguarda coloro che vengono a lavorare all’interno di aziende stabilite negli Stati Uniti tramite investimenti stranieri.

Quali sono i casi più difficili che lei ha dovuto risolvere?

Oltre a quelli legati al travel ban, il respingimento di alcuni visti E a seguito del provvedimento “Buy American, Hire American”.

Cosa consiglierebbe oggi ad un italiano che vuole investire in America o vuole lavorare negli Stati Uniti?

Di avere un progetto chiaro prima di trasferirsi negli Stati Uniti.

Questo è un paese dove non piovono soldi dal cielo ma dove si lavora tanto e soprattutto ci sono regole completamente diverse dall’Italia.

Se non si ha una chiara visione di quello che si vuole fare, è difficile venire qui per stabilirsi.

Se si fanno le cose seguendo una progettualità, lavorando duro, questo è ancora un paese dove chi ha voglia di lavorare riesce.

Dico sempre agli italiani di adattarsi al sistema americano, non cercare di cambiarlo. Una volta che si capisce come funzionano le regole, si possono raggiungere grandi obiettivi.

Dico anche di farsi affiancare da un legale specializzato in immigrazione per presentare la documentazione legata ai visti. Non bisogna sottovalutare mai che le risposte fornite nei formulari rimangono nei data base dell’ufficio immigrazione e non bisogna sbagliare.

Gli Italiani che vogliono stabilirsi in America lo fanno, secondo la sua casistica, più perché attratti dal sogno americano o perché stanchi delle difficoltà in Italia?

Valgono entrambe le motivazioni.  Mentre prima però a spingere verso gli Stati Uniti erano sentimenti come la frustrazione politica e sociale, oggi a spingere è l’idea di investire in un paese dove certi obiettivi si possono raggiungere se non più facilmente , sicuramente con la fatica e la perseveranza.

Anche in America le cose sono cambiate e la burocrazia è più complessa ma il duro lavoro paga.

Gli Italiani sono creativi, intelligenti, grandi lavoratori, non dimentichiamocelo.  L’America ama la cultura italiana e quello che riesce a creare e produrre.

Lei è anche consulente legale e vice presidente della camera di commercio italo-americana. Oggi la politica dei dazi sembra minacciare l’export italiano. Che effetti pensa ci saranno per le aziende italiane?

Penso che l’impatto sarà minimo e non destabilizzante per beni di lusso italiani legati al cibo, la moda, l’arredamento. Questi sono beni che i clienti americani già acquistano pagando un premium sostanzioso perchè ne apprezzano la qualità.

Lei è cresciuta in una famiglia di italiani ma a NY negli anni in cui bisognava adattarsi e conformarsi alla cultura americana. Quanto l’italianità si è rivelata utile dopo nel suo lavoro e nella sua carriera? Come vive oggi questo suo essere bilingue e biculturale?

Mio padre è nato a Sciacca, in Sicilia, ma è cresciuto a Voghera mentre mia  madre a Napoli prima di venire negli Stati Uniti. Noi, cinque figli, siamo nati e cresciuti a NY ma siamo stati considerati sempre italiani dai nostri vicini americani che chiamavano mio padre “papà”. Allora non era cool come oggi essere italiani e un pó ci vergognavamo perchè volevamo essere americani e mangiare americano, essere come gli altri nostri amici.

Quando andavo in Italia ero sempre  “la ragazza americana” mentre qui ero l’italiana e la cosa mi creava qualche disagio.

Oggi questa mia dimensione bilingue e biculturale mi ha aiutata molto nel mio lavoro. Grazie alle mie origini italiane sono in grado di capire i miei clienti culturalmente e linguisticamente, capire le loro esigenze e guidarli nella transizione verso il mercato americano. Il mio ruolo è quello di essere un ponte tra i due paesi.

E in più oggi essere italiani in America è un plus che aiuta tantissimo. E’ finalmente cool!

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