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Brancaccio: “Uscire dall’euro si può, ci sono modi di destra e di sinistra per farlo”

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Ricercatore in Economia politica e docente di Fondamenti di Economia politica e di Economia del lavoro presso la Facoltà di Scienze economiche e aziendali dell’Università del Sannio, a Benevento.

 Brancaccio economista

Allo stato attuale, quali sono le probabilità politiche di una uscita dell’Italia dall’euro?

Prima che alle probabilità politiche, credo che si debba guardare alle scommesse che stanno facendo gli operatori sui mercati finanziari. Lo spread è un indicatore della probabilità di uscita dall’euro.

In che senso?

Lo spread segnala la richiesta da parte degli investitori di tassi di interesse più alti sui titoli nazionali. Perché esigono tassi più alti? Perché prevedono che un paese – l’Italia, la Grecia, la Spagna – possa decidere a un certo punto di uscire dalla zona euro e svalutare i suoi debiti. Proprio per cautelarsi contro questo rischio, gli investitori chiedono tassi di interesse maggiori. Per capire quali siano le probabilità di uscita della zona euro ci basta dunque guardare i mercati. Da tempo, tranne limitate eccezioni, gli spread fanno registrare una tendenza all’aumento. Ciò significa che sui mercati la previsione di deflagrazione della zona euro viene tuttora tenuta in conto.

Come dovrebbe accadere l’uscita dell’Italia dall’euro? Dichiarando default?

No, è l’esatto opposto. Il default potrebbe rivelarsi inevitabile se si decidesse di restare nella zona euro. Se non riprende l’attività economica, se i redditi continueranno a stagnare o addirittura a declinare diventerà a lungo andare impossibile rimborsare i debiti e si dovrà procedere verso un’ipotesi di “ristrutturazione del debito”. Questo è già avvenuto: in Grecia, almeno in parte, il debito è già stato ristrutturato.

Quali sono i paesi dell’eurozona più a rischio di “ristrutturazione del debito”?

La zona euro si divide in due: da un lato i Paesi centrali – la Germania e i suoi satelliti – e dall’altro quelli periferici. Si tratta dei Paesi del Sud Europa, più l’Irlanda. I Piigs, insomma: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, con la Francia a metà strada. Questi paesi, se restano nella zona euro, è possibile che a un certo punto si vedano costretti a ristrutturare il debito, cioè a coordinare un mezzo default come fatto è stato fatto con la Grecia. Uscendo dall’euro, invece, questi paesi riconquistano la sovranità monetaria, ovvero la possibilità di stampare moneta e anche di svalutarla. E, di fatto, riprendono la possibilità di pagare il debito attraverso la stampa di moneta. Una moneta presumibilmente più svalutata.

L’uscita dall’euro è quindi un criterio per ovviare ad un default dichiarato. Quali sono i rischi in termini di inflazione?

“il rischio di inflazione e di una conseguente caduta del potere d’acquisto dei salari”. Alcuni economisti dicono che sarebbe una catastrofe: inflazione alle stelle e crollo dei salari. Altri, invece, portano l’esempio del 1992, quando l’Italia uscì dal sistema monetario europeo, e dicono che non ci sarebbe inflazione e il valore dei salari rimarrebbe stabile. La verità è che la storia delle uscite da regimi di cambi fissi – come è la zona euro – ci dice che si possono verificare le più disparate eventualità. Potrebbe accadere quello che è successo nel Sud-est asiatico nel 97-98 o nel Centro America nel ‘94, con fenomeni di inflazione massiccia e caduta dei salari reali. Oppure potrebbe verificarsi una situazione più simile a quanto successo durante la crisi del Sistema Monetario Europeo nel 1992, quando l’inflazione fu moderata e i salari stabili.

La svalutazione può portare con sé il rischio che i costi delle merci importate aumentino?

Il rischio esiste. Quando c’era ancora la lira, l’Italia cercava di praticare una politica un po’ particolare: tendeva a svalutare rispetto al marco tedesco e cercava di mantenere un rapporto di cambio fisso col dollaro. Questo perché il petrolio è calcolato in dollari. Espedienti per evitare di veder crescere il costo delle importazioni in passato sono stati praticati. Forse si potrebbero applicare anche oggi.

E per l’Italia quale sarebbe il futuro più plausibile dopo un abbandono della moneta unica?

E’ un azzardo fare una previsione in un senso o nell’altro. Proprio per questo, se davvero si dovesse uscire dall’euro, occorrerà farlo costruendo dei meccanismi di protezione dei salari. Per esempio ripristinando i vecchi meccanismi di indicizzazione, come ad esempio la “scala mobile”. Inoltre, si potrebbero anche recuperare i cosiddetti prezzi amministrati: alcuni beni e servizi fondamentali potrebbero nuovamente essere sottoposti a un controllo amministrativo dei prezzi. Come la famigerata RC auto, il cui costo era regolato dallo Stato. Poi sono arrivate le liberalizzazioni, e sappiamo come è andata. Tramite nuove procedure di indicizzazione e di amministrazione dei prezzi si potrebbe affrontare una uscita dall’euro salvaguardando i salari.

Altre ricadute nella quotidianità dei cittadini?

C’è la questione occupazionale. Anche sotto questo aspetto non possiamo essere certi degli effetti di una uscita dall’euro. Dipende anche in tal caso dal modo in cui si esce. Tuttavia, è indubbio che se restiamo nella attuale zona euro saremo costretti a subire ulteriormente la dannazione delle politiche di austerità e ci ritroveremo con una disoccupazione crescente. Queste politiche stanno assottigliando le capacità di spesa della popolazione, riducendo la produzione di merci e abbattendo l’occupazione. Tra il 2007 e il 2012 i paesi più deboli d’Europa – Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, hanno perso 5 milioni di posti di lavoro. Sono in Italia i posti persi sono stati quasi un milione. Oltretutto, di questo passo assistiamo anche a un calo dei redditi, il che deteriora gli stessi conti pubblici anziché risanarli.

A quali condizioni l’abbandono dell’euro e il ripristino di una sovranità monetaria potrebbe aiutare la ripresa dell’occupazione?

Anche questo punto non viene adeguatamente discusso nella diatriba tra il partito dei favorevoli e quello dei contrari all’uscita dall’euro. Se si uscisse dalla zona euro si verificherebbe una svalutazione della nostra moneta. La svalutazione da un lato è un fatto positivo: rende più competitive le merci nazionali e quindi l’export. Dall’altro lato la svalutazione fa anche cadere il valore dei capitali nazionali. Di conseguenza, gli investitori esteri potrebbero venire ad acquisire capitali nazionali a buon mercato. Un paese che svaluta può cioè diventare oggetto di “shopping a buon mercato” da parte di capitali esteri. La storia ci dice che in casi simili l’economia nazionale rischia di indebolirsi, anziché rafforzarsi. A mio avviso, se si uscisse dall’euro, per evitare uno shopping indiscriminato di capitali nazionali bisognerebbe introdurre forme di controllo delle acquisizioni estere.

Se la moneta unica venisse abbandonata, che ne sarebbe dell’Europa?

Se la moneta unica europea saltasse per aria, c’è il rischio che anche il mercato unico europeo venga messo in discussione. Il caso di Cipro è emblematico: lì non si discute solo di ipotesi di uscita dall’euro, ma anche del ripristino di meccanismi di controllo dei movimenti di capitale. Dunque non è in gioco solo l’euro ma anche la libera circolazione di capitali e merci che in Europa. Molti temono questa prospettiva ma mi permetto di obiettare che non la scongiureremo con altre dosi di vuota retorica europeista. Con la retorica andiamo poco lontano. Piuttosto, bisogna una volta per tutte verificare se a Bruxelles esistono le condizioni politiche per mettere mano ai trattati europei e abbandonare le politiche di austerità.

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