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Il team della storica missione di “conquista” del pianeta nano è composto al 25% da donne. Abbiamo incontrato una di loro, Cristina Dalle Ore, astronoma trevigiana che vive in California e che lavora al Carl Sagan Center, parte del SETI Institute, e all’Ames Research Center della NASA.

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Plutone sta lì, alla periferia del sistema solare, mentre il genere umano cerca di comprenderne misteri e meraviglie. La missione della NASA New Horizons apre la mente e la distrae dalle miserie mortali, per chi vuole lasciarsi incuriosire. Cristina Dalle Ore è una delle scienziate che si occupano di interpretare i dati raccolti da New Horizons. Per far capire ai comuni mortali in cosa consiste il suo lavoro si definisce “detective-archeologa”: un’attività che è sempre al centro della sua giornata. “In questo momento sono sul mio computer e sto elaborando dati”, esordisce lei. “Lui sta facendo quello che deve fare e io sono tranquilla nel fare questa intervista”, sorride. Una donna alla conquista di Plutone, insomma. “Le donne, oggi, non dovrebbero essere intimidite o sentirsi limitate, anzi. Tutte le donne, anche quelle italiane. La mia speranza è dare un po’ di spinta: possiamo fare anche più degli uomini. Abbiamo una resistenza, una capacità che Madre Natura ci ha dato, perché siamo mamme o possiamo esserlo. Questo ci dà una marcia in più”.

Cristina, come sei arrivata dove sei ora?
Sono trevigiana di nascita, sono andata a scuola e all’università a Padova, ho vissuto a Verona e mi sono poi trasferita qui negli Stati Uniti dove ormai vivo da più di 35 anni. Sono arrivata subito dopo la laurea e ho fatto il PhD a Santa Cruz, alla University of California. Avevo scelto il campo delle galassie, e a introdurmi qui è stato il mio relatore italiano che conosceva una professoressa californiana: un vero e proprio faro nel settore e una donna incredibile. Sandy mi dava consigli e mi faceva un po’ da mamma, ecco. Ero molto giovane, parlavo a stento la lingua ma avevo anche tanta voglia di lavorare. È stato a quel punto, quando sono arrivata in California, che ho scoperto per la prima volta che la ricerca per me è una “droga”: se posso mettermi a fare i miei conti, le mie cose, quando sono agitata, mi calmo subito. Purtroppo l’Università italiana non ti avvicina alla vera e propria ricerca, o almeno ai miei tempi era così. Avevo solo studiato sui libri e non avevo mai avuto modo di capire come si arriva ai risultati e alle scoperte che poi su quei libri ci finiscono. A Santa Cruz passavo le settimana rinchiusa a lavorare al computer, andavo a casa sempre per ultima, a mezzanotte. Ho imparato a programmare e ho imparato l’inglese, che ora è veramente la mia seconda lingua se non la prima, soprattutto per le questioni tecniche.

E come hai conciliato tutto questo con la tua vita personale?
Sono andata negli USA per fare la tesi di laurea italiana, poi pubblicata, e prima di tornare in Italia Sandy mi ha detto “Pensaci, secondo me dovresti fare un PhD: l’unico modo per accedere alla ricerca di alto livello”. Ai tempi non sapevo neanche cosa fosse, un PhD, ma capivo che mi avrebbe aperto le porte della carriera dei miei sogni. E ho detto sì. Quando ho finito la tesi di laurea io e mio marito abbiamo deciso di sposarci prima di tornare negli Stati Uniti. Lui ha avuto un’offerta di lavoro a Boston, io l’ho seguito con una borsa di studio ad Harvard e ho lavorato lì per un po’. Il PhD in astronomia e astrofisica è molto lungo, dura almeno sette-otto anni. Nel mentre sono anche nati due dei miei tre figli.

Non deve essere stato semplice.
Ci sono aneddoti simpatici. Uno su tutti: io incinta di nove mesi finalmente metto l’ultimo punto alla tesi, la stampo e col libro in mano dico a mio marito: “Spediamola domattina”. “No, no”, fa lui. “La portiamo ora all’ufficio postale”. La tesi è stata spedita quella sera, e a mezzanotte si sono rotte le acque e sono cominciate le doglie.

È difficile la vita di una donna che fa ricerca?
Avevo due figli molto piccoli e sono andata avanti con l’aiuto delle nanny, le tate: l’aiuto dei nonni è fondamentale, un appoggio mentale che purtroppo non ho mai avuto visto che i miei genitori erano in Italia. Ma sono sopravvissuta e li ho tirati su. Dopo Boston mio marito è stato nuovamente trasferito in California e per le elementari dei bambini siamo tornati lì. Arrivavo in ufficio alle sei del mattino e uscivo alle due per prenderli da scuola e passare il pomeriggio con loro. Un periodo duro, lo ammetto. Non ho potuto viaggiare molto e questo ha rallentato la mia carriera: sono rimasta un po’ isolata mentre il mio è un lavoro che richiede di viaggiare molto, tra conferenze e collaborazioni. Ma sentivo che era giusto così e lo sento ancora: per i miei figli sono stata di ispirazione e loro sono orgogliosi. Ne è valsa la pena.

Cosa fanno?
La più grande sta facendo medicina e vuole diventare chirurga, anche se ancora non sa con quale specializzazione. Il secondo sta studiando computer science, segue le orme del padre e ha una passione grandissima per la musica elettronica, che unisce ai suoi studi: un tipo un po’ “artistoide”. La piccolina – ha 20 anni – ha finito il secondo anno di università, fa biologia e antropologia ed è appassionata di virus: quest’estate fa ricerca a Stanford. È venuta qui per i festeggiamenti della missione di New Horizons.

Immaginavi di arrivare a Plutone e di fare quello che stai facendo?
No. Fino a un mese fa non avrei mai immaginato che questa missione sarebbe stata così straordinaria. Sono collaboratrice anche del Team Cassini (Cassini–Huygens, missione robotica interplanetaria congiunta NASA/ESA/ASI, che dal 1997 studia il sistema di Saturno, ndr). C’ero quando l’orbiter Cassini è arrivato a Saturno e c’era la stessa eccitazione, ma New Horizons è una missione straordinaria per le sorprese che riserva. Perché certo ci aspettavamo delle sorprese ma nessuno, ad esempio, sapeva che avremmo visto la forma di un cuore su Plutone, un cuore che ha scaturito la simpatia di tutto il mondo. È un pianeta che ispira, un pianeta amico, una mascotte.

Qual è il tuo lavoro in New Horizons?
Armata degli spettri, sono sempre alla ricerca di piccoli indizi. Uno spettro è l’impronta digitale della superficie. Il nostro occhio in un certo senso funziona allo stesso modo: distingue gli oggetti sulla base della luce che viene riflessa. E così, i dati spettrografici raccolti da New Horizons matematicamente rappresentano la superficie di Plutone: abbiamo delle immagini di cui ogni pixel ha uno spettro e da cui possiamo dedurre la composizione chimica di quel frammento di geografia del pianeta nano. Puoi quindi immaginare la quantità di informazioni con cui abbiamo a che fare. In particolare, sono alla ricerca di tracce che mi svelino, attraverso l’identificazione e la distribuzione dei materiali che compongono la superficie, la storia del pianeta. Ad esempio, sfrutto il fatto che determinati ghiacci si comportano in modo diverso a temperature diverse per fare delle ipotesi sull’evoluzione della superficie del pianeta, verificarle e risalirne alla storia.

Quando nasce New Horizons?
La missione è stata approvata nel novembre 2001 e tutti gli strumenti sono stati messi a punto in tempi relativamente brevi, la navicella su tutti. Doveva necessariamente essere lanciata entro il 2006 perché così, considerato il tempo che ci avrebbe messo ad arrivare a destinazione, sarebbe arrivata a un particolare punto dell’orbita di Giove in tempo per ricevere una spinta gravitazionale – come si fa con un’altalena – che l’avrebbe mandata verso Plutone più velocemente e con meno carburante. E ci sono riusciti: il lancio è stato perfetto, talmente buono che si è usato meno carburante di quanto pianificato.

E tu da quanto ci lavori?
Un anno, più o meno. Ma il mio vero lavoro comincia ora e probabilmente durerà anni. I veri dati arriveranno a novembre e grande sarà la pressione a pubblicare.

Cristina delle ore
Le donne del team di New Horizons al Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory. Da destra, prima fila: Amy Shira Teitel, Cindy Conrad, Sarah Hamilton, Allisa Earle, Leslie Young, Melissa Jones, Katie Bechtold, Becca Sepan, Kelsi Singer, Amanda Zangari, Coralie Jackman, Helen Hart. In piedi, da sinistra a destra: Fran Bagenal, Ann Harch, Jillian Redfern, Tiffany Finley, Heather Elliot, Nicole Martin, Yanping Guo, Cathy Olkin, Valerie Mallder, Rayna Tedford, Silvia Protopapa, Martha Kusterer, Kim Ennico, Ann Verbiscer, Bonnie Buratti, Sarah Bucior, Veronica Bray, Emma Birath, Carly Howett, Alice Bowman. non nella foto: Priya Dharmavaram, Sarah Flanigan, Debi Rose, Sheila Zurvalec, Adriana Ocampo, Jo-Anne Kierzkowsk Sheila Zurvaleci. (Photo SwRI/JHUAPL/Michael Soluri)

Quante sono le donne nel team di New Horizons?
Siamo circa il 25%: ricercatrici, tecnici, ingegneri. Come Silvia Protopapa, ad esempio, mia collega carissima, anche lei italiana, che è qui con me. In questa missione non ho sentito alcun ostacolo legato al genere.

E in passato?
Non spessissimo, ma mi è successo. Forse Sandy aveva ragione quando, appena arrivata dall’Italia, mi ha messo in guardia: devi lavorare due volte di più di quello che fanno i tuoi colleghi maschi, mi ha detto allora. Una volta per riuscire ad ottenere i risultati, che è quello che devono fare tutti, e un’altra per riuscire ad emergere. Voglio pensare che in genere le cose stiano migliorando, ma dipende anche dalle persone e dalle istituzioni. Ammetto che quello della ricerca è ancora in parte un mondo di uomini: penso alle conferenze a cui partecipo, ancora prevalentemente a maggioranza maschile.

Come vedi le donne italiane oggi?
Ho diverse collaboratrici italiane, donne fenomenali. Oltre alla bravissima Silvia Protopapa, c’è Antonella Barucci, che si è formata a Roma, ha la mia età e ora è a Parigi da tanti anni: una persona incredibile, rispettata a livello internazionale, una cima nel nostro campo e una delle collaboratrici più strette che ho. Le donne italiane, e gli scienziati del nostro Paese in generale, vengono rispettati in tutto il mondo.

Sarà perché ve ne siete andate all’estero.
Ma non è sempre così per fortuna. Ho colleghi e colleghe che a Roma fanno eccellente ricerca. E penso a Monica Lazzarin: lavora a a Padova, bravissima e rispettatissima in tutto il mondo. Però non hanno una vita facile.

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