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Deflazione: il calo dei prezzi è un bene?

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Deflazione è il calo dei prezzi di beni e servizi: ma è una cosa positiva o un male per l’economia? E per le nostre tasche quali sono le conseguenze possibili?

Euro-soldi

Deflazione: come spesso accade per i termini economici il terrorismo si sovrappone alla spiegazione di quanto sta avvenendo. Allora cerchiamo in maniera semplice di capire cos’è la deflazione, cosa può comportare, quali ne sono le cause, se sono fisiologiche, temporanee o se sono indicatori di qualcosa di più grave.

E vi diciamo da subito che, molto più che per altri “indicatori”, la deflazione non è qualcosa di interpretabile univocamente.

Deflazione: significato

La deflazione è un calo del livello generale dei prezzi. Detto in altre parole è il fenomeno inverso all’inflazione. L’Italia è entrata in deflazione e i giornali ci dicono che non accadeva dal 1959. Spieghiamo meglio: in realtà su base nazionale non c’è ancora ufficialmente deflazione: l’inflazione a luglio, ultimo dato sicuro, è salita dello 0,1% rispetto al mese di luglio 2013. Ma in dieci grandi città il dato era già negativo: -0,4% a Torino, -0,2% a Roma, -0,3% a Bari, -0,5% a Verona, addirittura -0,7% a Livorno. Milano e Genova hanno segnato invece un +0%, quindi prezzi uguali all’anno scorso.

Dunque tecnicamente ancora non c’è deflazione: i prezzi a livello nazionale crescono, seppur di un misero 0,1%. Però i segnali di prossima deflazione, non solo locale, ci sono tutti. Inoltre i dati provvisori di agosto (comunicazione Istat del 29 agosto) parlano di un’inflazione generale rispetto allo stesso mese del 2013 in calo dello 0,1% (ma mancano i dati dei tabacchi). Il calo maggiore dei prezzi si è verificato nell’energia e nei beni alimentari non lavorati.

Deflazione: conseguenze per le nostre tasche

A primo impatto verrebbe da dire che le conseguenze di un calo dei prezzi non possono altro che essere positive. In particolare con salari fermi, disoccupazione galoppante e segnali di crisi che stentano a migliorare: almeno paghiamo un po’ di meno quello che acquistiamo.

E in parte è così: il calo dei prezzi è un bene se avviene per ragioni strutturali. Più concorrenza, maggiore innovazione nel processo produttivo con miglioramento e diversificazione dell’offerta, nuove e più convenienti vie telematiche per il commercio (libri, vestiti, elettronica, persino cibo, quante cose compriamo online a prezzi più vantaggiosi?) ecc. sono tutti elementi che contribuiscono in maniera “strutturale” a far scendere i prezzi o a contenerne considerevolmente l’aumento.

Però oltre ad una deflazione, chiamiamola “fisiologica”, c’è anche una deflazione “emotiva”. La crisi non accenna a finire, il lavoro scarseggia, i salari restano al palo, ci sono pochi soldi in giro: se vediamo che i prezzi calano, siamo portati ad aspettare a spendere, a rimandare gli acquisti, perché pensiamo che i prezzi caleranno ancora di più nel prossimo futuro.

il rischio più grande di una deflazione è insomma quello di innescare un circolo vizioso: il consumatore non compra perché pensa che “domani” i prezzi saranno ancora più bassi. In questa maniera i consumi ristagnano, la produzione segue a ruota nel calo, le aziende devono tagliare i costi tra cui quello del personale che è lasciato a casa o con minori salari.

Difficile infine dire se il calo attuale, determinato anche da elementi contingenti (ad es. per l’energia), possa essere una deflazione di lungo periodo sul tipo di quella avvenuta in Giappone tra il 2000 e il 2006.

Deflazione: le cause

La causa più ovvia della deflazione, diciamo della deflazione non dovuta a innovazione+miglioramento della concorrenza, è la minore domanda da parte degli utenti del processo produttivo, che possono essere i consumatori, le aziende, lo stesso stato. Una deflazione può associarsi ad un periodo di recessione economica e può comportare anche una progressiva diminuzione degli investimenti. Tradotto: invece di comprare azioni, ad esempio, si tesaurizza il proprio capitale nella stessa moneta che si pensa possa aumentare in potere d’acquisto nei mesi/anni a seguire.

Gli stessi 80 euro di bonus in busta paga delle settimane scorse per qualche analista sono finiti a pagare piccoli arretrati oppure in risparmi, in fieno riposto in cascina per quando il temporale sarà ancora più brutto. Un lungo periodo di crisi e recessione (vedi Che cosa significa recessione) determina sfiducia nel futuro e innesta un freno anche psicologico agli acquisti.

Per farsi un quadro banale della situazione basta usare noi stessi come indicatori di spesa e fare un piccolo esame sulle nostre uscite degli ultimi tempi: da quanto non cambiamo l’auto? Il computer quando l’abbiamo sostituito? Quanto durano le nostre vacanze? Quante volte usciamo a mangiare? Quante volte andiamo al cinema? Quanto spendiamo in media al mese al supermercato?

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