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Sposate al califfato: le donne dell’Isis

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Chi sono le donne dell’Isis? Hanno sposato un combattente del sedicente Stato Islamico o un jihadista pronto a commettere attentati in Europa. Queste musulmane appoggiano i loro mariti, partecipano alla diffusione della loro ideologia e vogliono prendere le armi. Perché?

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REUTERS/Stringer

Sarebbero circa un migliaio le donne occidentali partite per la Siria e per l’Iraq aderendo al cosiddetto Stato Islamico. Un numero in costante crescita secondo l’“Institute for Strategic Dialogue” e l’”International Center for the study of radicalisation”, due importanti think tank internazionali alla lotta all’estremismo, che hanno svelato la quotidianità di queste giovani donne definite “migranti” e non “jihadiste”. Nel loro rapporto “Till martyrdom do us part” gli studiosi si sono concentrati sulle pubblicazioni e i post scritti sui social network dalle “muhajirat” (le immigrate, in arabo).  Non partecipano ai combattimenti, sono le casalinghe del jihad: sposate ai combattenti radicali appena arrivate nel Levante oppure poco prima di partire, via skype. Ma se le attività di queste ultime si limitano all’apologia della violenza dei mariti e alla propaganda su internet, il coinvolgimento delle donne in azioni terroristiche potrebbe concretizzarsi presto, indicano gli studiosi del “Institute for Strategic Dialogue”.

Donne di jihadisti o jihadiste donne? Difficile tracciare un confine discriminante per l’ondata di candidature a “spose del Jihad” che giungono da tutta Europa in Siria e in Iraq, paesi in parte controllati dal sedicente Stato Islamico.

Non appena le donne “straniere” arrivano nei territori in mano all’Isis vengono separate: le nubili vengono accompagnate in ostelli femminili con vitto e alloggio gratuito.

donne islamiche velo
REUTERS/Stringer

Le donne sposate seguono invece il proprio marito e si occupano della casa, fanno le pulizie, cucinano e seguono i figli. Il loro ruolo principale è quello tradizionale della brava casalinga del jihadista, una funzione codificata in un manuale intitolato “Manifesto delle donne dello Stato Islamico”, pubblicato online dall’efficace macchina di propaganda dell’Isis lo scorso febbraio.

Nel rapporto del “Institute for Strategic Dialogue” si legge un testo scritto sui social network da Umm Ubaydah, una donna di origine francese: “Allah ha creato l’uomo per compiere il jihad con tutte le sue forze così come ha creato la donna per partorire e educare i figli. Eseguire il jihad è la cosa migliore che un musulmano possa fare, alla donna invece ricade il compito di crescere i figli nel segno di Dio e essere una madre e una moglie esemplare”. Moglie e madre di un jihadista, insomma.

 donne isis

I dirigenti dell’Isis sono gli eredi di Abu Musab al-Zarqawi, comandante di “Al Qaeda in Iraq”, il gruppo più violento della resistenza irachena all’occupazione americana del 2003, pionieri degli sgozzamenti in video. Si richiamano al salafismo jihadista. E’ la stessa ideologia di al Qaeda ma diversamente dal gruppo di Bin Laden che operava nella più stretta clandestinità dalle grotte afghane, l’Isis ha rotto ogni indugio cercando e trovando una visibilità mediatica formidabile, estranea alla tradizione dei gruppi combattenti islamisti. Il suo punto di forza, nonché punto di non ritorno, è proprio l’autoproclamata autorità califfale. Oggi l’Isis ha piantato la sua bandiera nera su di un territorio che conta fra i 7 e i 10 milioni di abitanti e lo amministra secondo le leggi di Allah: in aggiunta alle motivazioni religiose, i suoi soldati hanno anche una “patria” per cui combattere e morire.

Il salafismo jihadista puro e duro dell’Isis presuppone l’inerranza del Corano e l’applicazione rigorosa dell’Islam delle origini alla società. Si tratta di un Islam mitizzato risalente all’epoca del profeta Mohamed, vissuto nella penisola araba a cavallo fra VI e VII secolo. Oltre alla stretta osservanza del Corano, i salafiti interpretano letteralmente anche gli hadith, “i detti e comportamenti” del profeta Mohamed e la biografia di quest’ultimo è eretta a imperituro modello di perfezione umana. Secondo la loro lettura della Tradizione islamica le donne non sono autorizzate a combattere, salvo precise eccezioni. Il ruolo della donna sarebbe invece quello di sottomettersi all’autorità del marito e educare i figli nati da tale unione. Il matrimonio è considerato obbligatorio ed è interpretato come un atto di riconoscenza verso Allah.

Secondo Alain Rodier, studioso francese del “Centre français de recherche sur le renseignement” (“Centro studi sui servizi segreti”) poiché l’Isis è convinto che la sua lotta durerà generazioni è più conveniente che le donne si prestino alla riproduzione piuttosto che al combattimento. Che esse siano funzionali al ricambio generazionale dei jihadisti. Secondo lo studioso, ciò ricorderebbe il regime nazista con le sue idee di sviluppo della “razza ariana pura” e l’invito alle donne del Reich a fecondare e a educare i futuri soldati.

Ma queste spose del Jihad non sono soltanto delle donne sottomesse. Secondo il rapporto del “Institute for strategic dialogue” si tratta di donne estremamente determinate, pronte a superare gli ostacoli pur di arrivare in Siria e convinte sostenitrici della creazione di uno “Stato Islamico”. Una delle ragioni alla base della loro scelta è quella di poter vivere in un paese (califfato) retto dalle leggi della sharia. Secondo il sociologo delle religioni Farhad Khosrokhavar, autore del saggio “Radicalizzazioni”, queste donne hanno sviluppato una visione utopica dell’Islam, di uno stato “incontaminato” dalle leggi laiche e blasfeme occidentali in cui vivere in “maniera rispettabile” la propria religione. Un obiettivo che le spinge ad abbandonare la propria famiglia e a intraprendere un lungo viaggio, restando talvolta per mesi nelle prigioni della frontiera siriana. Interrogate, spesso picchiate e cacciate oltre il confine, queste musulmane sono risolute ad entrare in clandestinità in un paese in guerra.

“Le donne che partono per la Siria compiono una jihad intima, individuale, a loro modo femminista” sostiene Géraldine Cassut sociologa presso “L’Ecole des hautes études en Sciences Sociales” di Parigi. Sono donne mosse da una forte volontà di autoaffermazione, donne che la studiosa francese definisce “femministe jihadiste”. Non sono vittime passive, desiderano al contrario affermarsi attraverso l’ideologia jihadista.

Farhad Khosrokhavar evoca un’altra ragione che determina la scelta di queste giovani a partire per il Levante in fiamme.  L’ Occidente è permeato da una cultura che lo studioso francese definisce “unisex”. Mai come oggi l’uomo e la donna sono culturalmente così vicini in termini di insegnamento e di diritto. Si sarebbe innescato, fra le nuove generazioni di musulmane europee, un meccanismo di rigetto nei confronti dei questa cultura dominante che le spingerebbe a ricercare una vera o presunta divisione genuina di generi su base religiosa. Ci sarebbe anche la ricerca personale di un ideale di uomo dietro alle scelte radicali delle giovani. Un jihadista che affronta la morte, un uomo capace di lottare per i propri ideali fino alle estreme conseguenze. C’è un macabro romanticismo esotico intorno alla figura del combattente di Allah, circa la supposta virilità del jihadista.

Il rapporto del “Institute for Strategic Dialogue” sottolinea anche la violenza di queste donne che appoggiano le barbarie dei loro mariti. Gli studiosi hanno monitorato le reazioni sui social network inneggianti l’Isis in particolare a seguito delle pubblicazioni dei video raffiguranti decapitazioni e altre crudeltà. Si legge su Twitter, una donna:”Sono contenta di aver visto decapitare quell’infedele, ho riguardato il video tre volte, sharia = giustizia,  Allah è grande”. Manifestamente insensibili alle atrocità dei loro mariti, ne giustificano nondimeno i metodi:”Decapitare è halal (permesso dalla legge islamica), è il modo che Dio ci ha insegnato ed è anche il più efficace”.

Attraverso la rete, le donne“straniere” dell’Isis si occupano di proselitismo e di reclutamento. Di attirare nel sedicente Stato Islamico le giovani musulmane confuse e stranite da un contesto di modernità occidentale che non riusciranno mai ad accettare. Forniscono loro consigli pratici su come superare le obiezioni o gli ostacoli posti eventualmente dalla famiglia, su quali vestiti portare, su come attraversare il confine turco-siriano. Quelle che non riescono a raggiungere la Siria islamica vengono addestrate a condurre attacchi terroristici nel proprio paese.

Le donne europee del Jihad nel Levante insanguinato sono molto di più che semplici sostenitrici dell’Isis e casalinghe per volontà di Dio, esse contribuiscono in maniera significativa al reclutamento e alla diffusione della più radicale ideologia jihadista esistente oggi. E come le “vedove nere” cecene e le martiri della Jihad palestinese ambiscono ad un ruolo sempre maggiore, sempre più militante, sempre più violento.

 

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