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Essere madre e lavorare: impossibile?

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Essere madre (e padre) e continuare ad avere soddisfazioni sul lavoro e crescita professionale: è possibile? Si possono conciliare genitorialità e occupazione?

madri lavoro
REUTERS/Damir Sagolj

Essere madre (e padre) e continuare ad avere soddisfazioni e crescita sul posto di lavoro: è qualcosa di impossibile? Non nascondiamoci, le risposte buoniste o eccessivamente ottimistiche non possono risultare veritiere per chi è genitore e sperimenta la difficoltà di far convivere lavoro e genitorialità.

E non è solamente una questione sociale, non si parla soltanto di asili nido che mancano, di welfare insoddisfacente, di bonus bebé con fondi troppo limitati, di scarso sostegno familiare e statale. In gran parte è anche una questione “psicologica” (intendiamo il termine nell’accezione più ampia).

Impossibile sfuggire al fattore tempo

La prima cosa che complica tutto è che la vita che si sdoppia tra l’essere genitore e l’essere lavoratore deve avere a che fare con qualcosa di impossibile da modificare: l’elemento tempo.

Mentre si fa potentemente sentire la stanchezza concreta, quella che deriva dal dormire male e con frequenti risvegli, quella che è conseguenza degli obblighi decuplicati dopo la nascita di un figlio, intorno il mondo va avanti con i suoi ritmi e i suoi “normali” momenti di imprevedibilità: se il piccolo è malato deve stare a casa dall’asilo, l’asilo chiude 2 mesi l’anno in estate e 2 settimane a Natale e chi lo tiene? Se c’è un’assemblea sindacale delle maestre cosa si fa? E la recita che viene messa al mercoledì mattina? Se il pediatra riceve soltanto 3 giorni la settimana su prenotazione (da farsi giorni prima, sennò non trovi posto)?

Se tutto questo accade (e accade) e se si vuole restare minimamente seri e professionali sul lavoro il compito che si trova di fronte un genitore è veramente gravoso.

Cambio di priorità e senso di colpa

La nascita di un figlio spezza gli equilibri e le priorità: se prima gli interessi e le ambizioni personali erano il cuore dei nostri criteri di scelta ora il bambino diventa il centro di un universo dal quale, appena ci si scosta, nascono grandi sensi di colpa.

Se stai lavorando “non pensi a lui”, se stai con i tuoi figli, magari anche oltre il periodo “canonico” dei primi 6-9-12 mesi, allora sarai di fatto escluso dal mondo del lavoro e la tua famiglia ne pagherà le conseguenze economiche. Un aut-aut terribile che tutti i genitori, madri in particolare, vivono.

Il difficile lavoro su se stessi per il “cambio di identità”

Un altro aspetto importante è quello dell’identità sociale e dell’identità auto e altrui percepita: chi si è costruito, studiando, faticando, la sua professionalità, chi si “sentiva bravo” in qualcosa, chi magari si è inventato una libera professione o una piccola impresa, ora diventa un apprendista genitore. Deve non solo imparare tutto da zero in un ambito completamente differente e con su di sé la responsabilità di un altro essere umano ma deve anche mettere in stand by tutto quello in cui prima era “bravo”.

Non è più il capace dirigente, l’operaio qualificato ma diventa un padre o una madre pasticcione e pieno di dubbi.

L’ambiente intorno non capisce cosa stai vivendo

Trovare un capo, magari anche un capo donna, che riesca a capire cosa ti sta succedendo è quasi impossibile. La ministra inglese per l’infanzia (e madre-lavoratrice) Lucy Powell ha recentemente espresso un punto di vista interessante sulla qualità del lavoro delle madri: “Non restiamo su Facebook e non iniziamo la giornata con i postumi di una sbronza. Quando lavoriamo restiamo fissi sul lavoro e sfruttiamo al massimo ogni minuto”.

Sono parole di buon senso, ma purtroppo siamo pronti a scommettere che un datore di lavoro noterà molto di più i 10 minuti di ritardo al mattino o la madre che deve scappare via in tutta fretta dal lavoro un singolo giorno per prendere il bambino malato all’asilo piuttosto che la qualità generale della nostra opera.

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