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Giovanna Martelli: “Per le pari opportunità la priorità resta il lavoro”

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“Le donne devono valorizzare la loro capacità di fare rete” Afferma la consigliera per le Pari Opportunità Martelli. L’abbiamo intervistata , ecco cosa ha spiegato a Donne sul Web.

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Giovanna Martelli è stata nominata consigliera per le Pari opportunità del presidente del Consiglio Matteo Renzi lo scorso ottobre. Un ruolo complesso, riconosciuto per alcuni tardivamente, e che certamente ha in agenda temi divisivi. Proprio in queste ore, ad esempio, arrivano i contenuti – destinati a far discutere – del rapporto che il Parlamento europeo produce e approva ogni cinque anni per dare linee di indirizzo per combattere e correggere le discriminazioni per nazionalità, etnia, religioni, reddito, convinzioni e scelte sessuali nel mondo del lavoro. Oltre a riconoscere l’esistenza delle “famiglie gay” nel prendere atto dell’evoluzione “della definizione di famiglia”, l’europarlamento rilancia con forza sulla necessità di specifiche politiche per rafforzare i diritti delle donne.

Onorevole Martelli, quale primo bilancio fa della sua attività e del suo ruolo dopo questi mesi?

Ho accettato questo ruolo con entusiasmo e mettendoci una grande passione. Di fatto quella che ho davanti è una sfida: far avanzare questo Paese, come previsto dall’articolo 3 della Costituzione, sul piano dei diritti in un quadro culturale e sociale difficile. La crisi economica è un’ulteriore criticità e alla luce di tutto ciò l’obiettivo è quello di mettere in campo politiche pubbliche integrate armonizzando gli interventi e mettendo gli operatori del settore in grado di rendere al meglio i servizi che offrono.

Quali le priorità intraprese e portate sul tavolo del governo e al premier, titolare della delega alle Pari Opportunità?
Avendo come riferimento la piattaforma di Pechino ho impostato il mio lavoro in modo sistemico e organico perché sono convinta che sul tema delle pari opportunità e della “uguale” rappresentanza di uomini e donne negli organismi decisionali e a tutti i livelli si giochi la vera partita per la costruzione di una democrazia “realmente paritaria” e attenta alle questioni di genere. Per questa ragione ritengo il tema del lavoro la questione centrale a partire dalla quale le donne possono costruire il loro percorso di emancipazione da ogni condizione di “soggezione e vulnerabilità”. È un discorso fondamentale che oggi, dopo questa lunga fase di crisi economica, non possiamo più permetterci di accantonare. La crisi economica non solo ha indebolito gli investimenti a livello generale ma ha anche inciso, peggiorandolo, sugli aspetti distorti del modello sociale nostrano fondato su un welfare familiare dove il ruolo delle donne rimane preminente oltre che ovviamente fondamentale. All’assenza di investimenti pubblici hanno sopperito le famiglie con i loro risparmi, così come le donne addossandosi sempre più carichi domestici hanno sopperito ai tagli ai servizi. Proprio a partire da queste considerazioni, il lavoro fatto sul Decreto Conciliazione che ho seguito in Commissione come relatrice va nella direzione di uscire dallo schema che la conciliazione sia un problema che riguarda le esigenze delle donne. Questo è un modo obsoleto di porre la questione. Il tema della conciliazione oggi riguarda la necessità di tenere insieme crescita economica e benessere sociale.

Non crede che ci fosse bisogno di un ministero per le Pari Opportunità?
La politica deve dare risposte adeguate alla contemporaneità. Oggi fare politiche per le pari opportunità vuol dire aprirsi necessariamente all’interdisciplinarietà delle competenze. Ci riserviamo, quindi, una valutazione rispetto ai risultati raggiunti.

Piano nazionale antiviolenza: oltre ai ritardi, il testo finale lascia “scontenti” – per usare un eufemismo – i centri antiviolenza. Andavano ascoltati di più? Perché non è stato fatto?

È una questione delicata che ha, ne sono consapevole, suscitato malumori. Il Piano nazionale antiviolenza è figlio della legge sul Femminicidio del 2013 che interviene sull’asse punitivo-repressivo. Ora una cosa voglio dirla in tutta franchezza: la repressione della violenza maschile contro le donne è sempre un atto difensivo anche quando interviene in ambito preventivo. Le disposizioni agiscono sempre quando il fatto è già compiuto e anche l’azione di prevenzione agisce di riflesso. Il Piano Antiviolenza appena licenziato dal Governo ha voluto affrontare la questione culturale, e questa mi sembra un’impostazione importante, anche perché, è bene ribadirlo, ci siamo impegnati nel 2013 come Paese a ratificare la Convenzione del Consiglio Europeo contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, siglata a Istanbul nel 2011, la quale oltre ad avere un carattere “vincolante” per i Paesi che l’hanno sottoscritta, assegna anche all’aspetto preventivo un ruolo cruciale cosi come quello della protezione della donna vittima di violenza. Di qui il necessario approccio “multifattoriale” con la previsione di interventi emergenziali e di sostegno alle donne vittime di violenza, a cui devono essere affiancate azioni sistemiche volte a demolire il pregiudizio di genere e a modificare l’immagine stereotipata della donna. lavoro e l’autonomia economica sono le questioni centrali sul tema della violenza. Nel Piano la condizione di “debolezza” delle donne vittime di violenza viene considerata come una “vulnerabilità” temporanea.

Noi seguiamo un approccio innovativo, puntando sull’autodeterminazione delle donne, ovvero sul loro empowerment mettendo in campo strategie e azioni strutturali ed integrate per affrontare il problema da un punto di vista economico oltre che culturale e politico Ed è in quest’ottica che ho voluto fortemente inserire nel decreto attuativo del job act, il congedo retribuito di tre mesi per le donne vittime di violenza. È un segnale culturale importante, per la prima volta lo Stato, che solo nel 1981 ha abrogato il delitto d’onore, riconosce che la violenza contro le donne è una palese violazione dei diritti umani e si fa carico di questo. È una maniera per aiutare l’emersione della violenza e superare le difficoltà, almeno sul piano simbolico, in una prima fase, nell’auspicio che questo tipo di provvedimento aiuti ad oltrepassare le difficoltà che le donne vivono a render noto a qualcuno la loro condizione. All’interno delle misure sulla buona scuola è stato approvato un emendamento a mia firma che introduce il tema dell’educazione alla parità e al rispetto delle differenze, con l’obiettivo di perseguire un modello di educazione e formazione alla cittadinanza di genere e alla cultura della non discriminazione.

Il governo però continua ad essere ferocemente criticato dalle associazioni che si occupano di violenza di genere e di pari opportunità. Cosa risponde?
E arrivo alla polemica sul ruolo dei centri antiviolenza. Voglio ribadire che sono pronta al confronto con le associazioni femminili, che ho già incontrato, ma rimango convinta che, nella costruzione della governance delle misure di contrasto alla violenza maschile contro le donne, debba esserci una “cabina di regia” centrale forte e che questo ruolo debba assumerlo lo Stato. Questo non significa voler “burocratizzare” secondo standard fissi, rigidi e neutri il percorso di “presa in carico” della donna in stato di bisogno. Non si può infatti dimenticare tutto il lavoro svolto in questi anni dai Centri Antiviolenza nella pratica dell’ascolto, nella valorizzazione del dialogo tra donne, ma abbiamo l’esigenza, nella costruzione di nuove politiche pubbliche, di tenere insieme l’azione dello Stato e la valorizzazione dell’azione “sussidiaria” dei Centri Antiviolenza e dell’Associazionismo.

In tempi di crisi, pari opportunità e tematiche di genere vengono spesso definite “non prioritarie”. Certo il momento può e deve essere utilizzato per rilanciare: lei stessa parla piuttosto di “transizione”. Ma chi non arriva a fine mese non può fare queste distinzioni, e diventa piuttosto target del mantra – ad esempio – “con tutti i problemi che ci sono, quella delle unioni civili, o del lavoro delle donne, non è certo una priorità”.

Rispondo volendo tagliare questa polemica alle radici. Sempre più indagini e ricerche – e non sono solo le “economiste” a sottolinearlo – testimoniano come il Gender Gap, la disuguaglianza di genere in politica e in economia, influisce sul tasso di crescita di un Paese e sul grado di mobilità sociale. In particolare il mercato del lavoro in Italia vede le donne sottoccupate e sotto pagate, scarsamente coinvolte in politica. L’Italia si trova al 69esimo posto per differenza salariale tra uomini e donne (Gender Pay Gap 2014) e al 114esimo per opportunità economiche. L’Italia inoltre è un Paese con una forte presenza di discriminazioni sociali e nelle fasi di maggiore difficoltà lavorare per i processi di integrazione significa intervenire sui processi anche di crescita economica. Una società più equa non è solo più giusta: è più prospera. Come vede anche in tempi di crisi, anzi direi soprattutto in tempi di crisi, il lavoro delle donne e i diritti civili diventano prioritari

Le donne hanno ancora difficoltà a raggiungere posizioni apicali? Vengono messe nella condizione di portare le proprie competenze al servizio del Paese?
Il gap di genere riguarda anche la scarsa presenza femminile in politica. La gestione della politica è ancora troppo maschile. Se a livello nazionale il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha di fatto applicato il criterio della rappresentanza di genere, formando un governo composto al 50% da donne e dando un segnale di forte rottura con il passato, sul territorio, nelle realtà locali, si fatica a seguire questo principio, come la recente tornata elettorale dimostra. L’Italia non è ancora “attrezzata” a fare i conti con la parità di genere dentro e fuori la famiglia e anche per questa ragione ritengo che senza un intervento normativo, non sia possibile riequilibrare una condizione di svantaggio che è ancora strutturale e culturale. Nel 2011 grazie ad uno sforzo congiunto e trasversale di alcune parlamentari siamo riuscite a far approvare la legge Golfo-Mosca sulle quote di genere per le società quotate e le partecipate pubbliche che, per la prima volta, ha stabilito l’obbligo, per i Consigli d’amministrazione, di operare un progressivo riequilibrio del genere “meno rappresentato”, prevedendo, per il 2022, una composizione che abbia un terzo della presenta femminile. Si tratta certamente di una piccola tappa nel cammino faticoso verso la parità effettiva. Ci stiamo muovendo in questo senso, consapevole che gli obiettivi da raggiungere sono ancora molti così come le resistenze e gli ostacoli da superare.

Che sia la politica o l’imprenditoria, le donne in Italia continuano a ricoprire ruoli di secondo piano: sono arrivate anche a posizioni chiave, ma restano mediaticamente e culturalmente spesso nell’ombra dei vertici maschili. Come si cambia?
A costo di sembrare ripetitiva voglio ancora sottolineare come il fattore “culturale” sia determinante. Le donne devono capire, le giovani forse già lo stanno in parte facendo, che la misura del proprio valore parte da sé, dalla capacità di riconoscersi legittimate in questo caso a raggiungere posizioni apicali e dirigenziali.
Oggi all’inizio del terzo millennio le nuove condizioni di autonomia e autorealizzazione e che si esprimono nella volontà delle nuove generazioni di donne di affermarsi e trovare la propria strada, sembra infrangersi sulle “soglie del privato”. È come se un patto secolare fra i sessi, che assegnava alla donna una funzione “sussidiaria” e complementare nella famiglia e nella società a quella dell’uomo, infrantosi nella società, riemerga tra le mura domestiche dove gli uomini faticano a confrontarsi con questo nuovo bisogno di libertà e autonomia delle donne. Gli uomini, prigionieri di codici simbolici ereditati dal passato, scontano una mancanza di educazione affettiva, di gestione delle proprie emozioni che li rende impotenti rispetto a questa transizione storica, epocale. A questa impotenza spesso, come sappiamo dalla cronaca, reagiscono con violenza e gesti efferati, non avendo ancora saputo elaborare un nuovo codice simbolico attraverso il quale riconoscersi nella nuova dimensione relazionale della parità.

Con “Come ti combatto la crisi”, format di Donne sul Web nato per dare spazio alle risposte che l’imprenditoria femminile dà alla difficile congiuntura economica, cerchiamo di raccontare le imprese rosa fondamentali per l’economia. Lo fanno in pochi. Che ne pensa dell’iniziativa? E perché in Italia c’è così poca attenzione?
Penso si tratti di un’iniziativa importante che va sostenuta, le donne devono valorizzare la loro capacità di fare rete, l’empowerment passa anche attraverso questo. Gli uomini abituati alla “gestione del potere”da secoli sono molto abili a fare gioco di squadra, lobbying, noi molto spesso ci delegittimiamo a vicenda perché innanzitutto non crediamo noi stesse nell’autorevolezza femminile. Da questo punto di vista dobbiamo ancora fare molta strada e ben vengano azioni e imprese che valorizzino il capitale sociale femminile.

Ad Expo è stata firmata la Carta per le Pari Opportunità e l’uguaglianza sul lavoro: già firmata da 674 imprese e da 221 pubbliche amministrazioni, è una dichiarazione di intenti per la diffusione di una cultura aziendale e di politiche delle risorse umane inclusive, libere da discriminazioni e pregiudizi. Un passo in avanti concreto? Siamo pronti o sono solo parole?
Siamo pronti, il passo culturale da parte di alcune aziende medio grandi è stato fatto e infatti stanno attuando la Carta in alcuni dei suoi punti, ma è chiaro che c’è ancora molto da fare. Il panorama italiano è composto da piccole e medie imprese e in questo momento stiamo lavorando per rilanciare la Carta anche presso di loro, come da indicazione della Commissione europea che a tal fine ha stanziato dei fondi. La firma di Expo non è stata soltanto una firma sulla Carta perché si è voluto dare un segnale interno ai lavoratori ed esterno ai milioni di clienti che verrano in visita e che appartengono a tutte le realtà e le diversità.

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