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Come salvare l’azienda di famiglia con una semplice mail. Intervista a Elisa Casumaro

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Dopo il terremoto che nel 2012 ha colpito il modenese moltissime aziende sono in difficoltà. Compreso un caseificio con 41mila forme di Parmigiano Reggiano rovinate. L’assicurazione non paga, ma Elisa scrive una mail e trasforma la tragedia in un successo di vendita. E non si è fermata lì. Le abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia.

Casumaro

Elisa Casumaro non aveva neanche 30 anni quando con una mail ha salvato l’azienda di famiglia, la Casumaro Maurizio di Camposanto, in provincia di Modena e un intero caseificio. Era il maggio 2012 e la bassa modenese era stata colpita dal terremoto: case, scuole e aziende distrutte. Per far ripartire il lavoro si dovevano vendere quelle 41mila forme di Parmigiano Reggiano rovinate dal sisma. Elisa, con la stessa determinazione che l’ha portata a mettere nel cassetto la sua laurea in ingegneria gestionale per lavorare e soprattutto rivoluzionare l’azienda agricola del padre, ha trovato il mondo di venderlo tutto, con ordini che arrivavano da Australia e America. A Donne sul web ha raccontato la storia di quell’epico salvataggio e di come ha trasformato un allevamento in una fattoria didattica con caseificio, realizzando così il suo grande sogno.

Elisa, la tua mail è entrata nella leggenda. Ci racconti che cosa è successo?

“Il terremoto del 2012 ha distrutto il caseificio “La Cappelletta” di Camposanto (Mo), dove c’erano circa 40mila forme, finite in pezzi insieme agli scaffali. La nostra azienda agricola, la Casumaro Maurizio, è tra i soci. Si parla di tre anni di lavoro, con l’assicurazione che non paga e i dipendenti a cui spiegare che forse non ci saranno più soldi per gli stipendi. Però il Parmigiano Reggiano c’era ed era buono. Dovevamo solo trovare un canale di vendita. Così ho scritto una mail chiedendo aiuto, l’ho inviata a circa 200 contatti e nel giro di poche ore è diventata virale. Mi sono arrivate richieste dall’Australia fino a New York”.

Il sisma aveva distrutto tutto e la paura era tanta. Come avete gestito il lavoro?

Il caseificio ha iniziato a lavorare con tanti giovani che avevano voglia di fare: c’era chi non poteva andare a scuola perché inagibile e magari non aveva nemmeno più la casa. Eppure erano tutti lì a tagliare e imbustare formaggio con i controlli che ci guardavano per verificare che tutte le regole igienico sanitarie fossero rispettate. La gente si è tirata su le maniche: lavoravamo con la paura del terremoto sapendo di rischiare la pelle”.

parmigiano rovinato

La vendita è stata un successo e l’azienda si è risollevata. Dopo il terremoto però è arrivata l’alluvione. Adesso com’è la situazione?

“Abbiamo venduto tutto il Parmigiano Reggiano e abbiamo salvato l’azienda. A quelli che ci fornivano il latte di bufala è crollata la stalla e abbiamo acquistato 12 bufale, che si sono beccate l’alluvione ma fortunatamente sono sopravvissute tutte. Abbiamo trasferito cani, gatti, vitellini, vacche e bufale con un metro di acqua. La casa era già inagibile a causa del terremoto e vivevamo in un container che ora è inagibile per l’alluvione. L’azienda l’abbiamo risistemata, noi invece siamo mezzi accampati ma sopravviveremo”.

Facciamo un passo indietro. Il tuo ingresso nell’azienda di famiglia l’ha completamente rivoluzionata. Dove nasce la tua ispirazione?

“All’Università mi hanno chiesto una relazione sul Cibus Tec, che tratta di tecnologie rivolte al cibo. Lì ho incontrato un ragazzo che costruiva le prime pompe per il distributore automatico di latte e ho capito che il cambiamento era possibile: potevo dire al consumatore che qui avrebbe trovato il nostro latte, buono e a un prezzo equo. In questo siamo stati pionieri e il rapporto con il cliente ha portato nuove soddisfazioni”.

Poi sono arrivati caseificio e fattoria didattica. Una grande trasformazione.

“Mio nonno e mio padre allevavano bovini e producevano latte, io ho pensato di diversificare il rischio perché il prezzo del Parmigiano Reggiano o va molto bene o va molto male e spesso si deve resistere. In poche parole: si lavora tutti i giorni e non sempre è remunerativo. Così ho pensato: il formaggio facciamolo noi. Abbiamo puntato nella vendita diretta: produciamo yogurt, scamorza, caciotta, formaggi freschi. Il caseificio è aperto al pubblico sette giorni su sette. Ci piace l’idea che la gente veda quello che facciamo. Da qualche anno siamo anche fattoria didattica, accogliamo gruppi di adulti e bambini a cui insegniamo il passaggio dal latte al formaggio e anche a farlo in casa propria”.

Che cosa ti ha fatto capire che questo era il tuo sogno?

“Ero a un colloquio e a un certo punto mi chiedono cosa avrei fatto con un grosso assegno e non sapevo bene cosa dire. Loro mi hanno guardata come se non avessi idee e allora ho pensato che dovevo dire la verità e ho tirato fuori il mio progetto: trasformare l’azienda agricola di famiglia in caseificio e fattoria didattica. Loro mi dissero: vai e fallo. E io l’ho fatto davvero. Dirlo ad alta voce mi ha fatto capire che potevo realizzarlo e diventare leader del mio settore”.

 

 

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