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La storia del centro antiviolenza “Marie Anne Erize” di Tor Bella Monaca, un esempio di economia solidale e di inclusione sociale. Abbiamo intervistato la sua fondatrice.

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A Roma, nel quartiere di Tor Bella Monaca, vive e resiste il Centro antiviolenzaMarie Anne Erize”, che è anche Biblioteca e Sartoria Solidale. La biblioteca conta circa 6mila volumi, mentre la sartoria solidale ha aperto da poco. “La lotta alla violenza sulle donne passa prima di tutto dalla loro indipendenza economica”, spiega a Donne sul Web la fondatrice del Centro, Stefania Catallo. “E questa sartoria rappresenta un esempio di economia solidale e di inclusione sociale”. Nata, guarda un po’, non grazie ai soldi delle istituzioni nazionali e locali ma grazie a un investimento francese, al crowdfunding e al passaparola. Il tutto in un quartiere come Tor Bella Monaca, spesso descritto dai media – a volte con qualche superficialità di troppo – come vera e propria banlieue tutta romana.

Qui le donne che si sono rivolte al centro o che anche solo orbitano intorno a questa realtà di quartiere multiculturale, lavorano a orli, rimesse a modello e rammendi. “Alcune di loro sono davvero brave, altre lo stanno diventando”, dice ancora Stefania. Abiti su misura, nuovi modelli, rattoppi e creazioni artistiche: la resilienza, insomma, passa da qui. Una resilienza che riesce persino ad essere romantica. “A un certo punto mi è venuta un’idea”, racconta ancora Stefania Catallo. “Perché non raccogliere anche abiti da sposa usati e darli poi in prestito solidale a chi non può permettersi i costosissimi vestiti da matrimonio?”. E sono abiti bellissimi, di fattura semplice o pieni di ricami. Ci sono gli anni ’70, gli anni ’80: raccontano come è cambiata la moda. Alcuni sono veri e propri capolavori dell’artigianato vintage, risalgono agli anni ’50 – il più longevo è del 1953 – e sono in perfette condizioni. E poi scarpe, cappellini, collane di perle.

abiti da sposa vintage
Abiti da sposa nella sartoria solidale del Centro antiviolenza “Marie Anne Erize” di Tor Bella Monaca, a Roma.
PRESS/Riccardo De Luca

Quando racconta del suo Centro e delle sue attività, Stefania Catallo cita spesso Marie-Anne Erize, la ragazza franco-argentina di cui il Centro porta il nome. Un murales che la raffigura mentre dal colore e la libertà cade nell’oscurità avvolge gli spazi interni del Centro. Marie-Anne aveva 24 anni quando è scomparsa, il 15 ottobre 1976, a San Juan in Argentina. Sequestrata da tre uomini davanti a un negozio di biciclette, lì dalle parti di Plaza de Mayo. Il suo nome figura tra quelli dei 30mila (stimati come sempre al ribasso) desaparecidos della dittatura militare argentina.

Marie-Anne ha fatto la modella e ha scelto a un certo punto di lavorare nelle bidonvilles di Buenos Aires con i Montoneros, formazione di estrema sinistra peronista che combatteva anche con le armi la dittatura militare. Prima di morire è stata violentata ripetutamente e torturata. Responsabili della sua fine sono, secondo le testimonianze raccolte, Eduardo Vic, il generale Luciano Benjamin Menendez e il maggiore dell’esercito Jorge Olivera.
Per lei, giustizia non è mai stata fatta. Anche grazie all’Italia e anche grazie al fatto che il nostro Paese non ha ancora (ancora) una legge sulla tortura. Perché? Olivera, suo aguzzino – su di lui pendeva un mandato di cattura internazionale emesso da Parigi – venne arrestato nel 2000 a Roma. Ma rimase a Regina Coeli solo 44 giorni. “Dopo di che grazie a una svista molto sospetta di magistrati italiani riuscì a far passare per buono un certificato di morte di Marie Anne Erize arrivato via fax da San Juan, cosa che faceva cadere in prescrizione il reato di “sparizione” di cui era accusato (quello di tortura ancora oggi in Italia non è considerato tale)”, si legge su Left . “In realtà, si trattava di un documento falso poiché la ragazza era (ed è) nella lista dei desaparecidos, ma quel trucco gli consentì di fare ritorno da uomo libero in Argentina evitando l’estradizione e il processo in Francia”.

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