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 L’italia era il primo produttore di oro al mondo” Racconta a Donne sul Web Licia Mattioli avvocato  e amministratore delegato della Mattioli azienda orafa nata dallo spin off dell’Antica Ditta Marchisio. Tra lusso, arte e gioielli Made in Italy, la storia e il futuro di un impresa vincente.

Licia MattioliFolgorata sulla via dell’oreficeria italiana, quella del gioiello realizzato secondo la tradizione italiana apprezzata nel mondo, insieme al padre Licia avvia un processo di rinnovamento totale del più antico laboratorio artigianale orafo di Torino.

Nel 2000, la Mattioli lancia una nuova linea che porta il suo nome, che sulla consolidata tradizione dell’azienda di un’oreficeria di lusso, fatta a mano, innesta un design dalla personalità molto forte a lei affine che le deriva dalla sua esperienza come gallerista.
Oggi, l’azienda orafa Mattioli vanta un organico di 240 persone, diventando così uno dei leader europei del settore. Partendo dagli Stati Uniti al Giappone, e passando per l’Europa, Mattioli comincia a rafforzare la propria identità conquistando, a poco a poco, la fiducia dei punti vendita e dei consumatori ed arrivando ad essere presente in 30 paesi con circa 150 punti vendita.
Proprietaria insieme ad un socio di una galleria d’arte contemporanea a Torino, che  oggi è un punto di riferimento per gli artisti emergenti,  promuove e lancia  giovani artisti italiani
Avvocato di formazione ma imprenditrice per passione e oggi per lavoro. Cosa ha determinato la scelta di lasciare la toga per iniziare la carriera nel mondo dell’impresa?
La scoperta della fabbrica e del mondo dell’oreficeria è stato un vero e proprio colpo di fulmine, un innamoramento a prima vista. Aver avuto la possibilità di vedere gli archivi e scoprire come si fanno i gioielli in laboratorio mi ha fatta innamorare del corpo e della mente dell’azienda. E così ho potuto far dialogare due mondi e due passioni: l’arte, che da sempre è fonte di ispirazione per le nostre collezioni, e lo spirito imprenditoriale.

Mattioli anelli bracciali
Mattioli Collezione Chips

Insieme alla sua famiglia ha rilevato una realtà storica del mondo dell’oreficeria. Che cambiamenti ha apportato nel brand per mantenere artigianalità, storia e tradizione?

Quando la mia famiglia ha rilevato l’azienda nel 1995 è stato avviato una grande processo di innovazione gestionale e tecnologica, senza però cancellare le radici che erano proprie dell’azienda: abbiamo conservato e migliorato la produzione artigianale dei gioielli e contemporaneamente abbiamo investito in processi che permettessero di dare efficienza all’azienda e cercato nuovi materiali. Abbiamo lanciato un’intera collezione – Puzzle – caratterizzata dall’uso di madreperla naturale e colorata, materiale che fino ad allora non era considerato nobile. Oggi è diventato un materiale riconosciuto a pieno titolo nella gioielleria nostro best-seller.

Mattioli collana puzzle

Alle collezioni più audaci e giocose come Puzzle continuiamo ad affiancare linee di gioielli altamente artigianali che fanno da sempre parte della tradizione del punzone 1TO, assegnato all’azienda alla fine del 1800: è il caso degli anelli della collezione Tibet, ispirati ad una consuetudine himalayana, che abbiamo voluto fare nostra più di vent’anni fa….

Mattioli Gioielli collezione Tibet

Il mercato Made in Italy dei beni di lusso risulta vincente all’estero dove i nostri prodotti sono molto apprezzati. Quali sono i mercati stranieri dove voi operate maggiormente e quali riscontri avete nel mercato italiano?

L’Italia resta il nostro primo mercato. I riscontri continuano ad essere positivi perché il consumatore finale sa apprezzare la qualità della manifattura ed il design italiani almeno quanto all’estero.

gioielli mattioli orecchini 2018
Collezione REVE

Ad oggi il nostro marchio viene distribuito in 30 paesi nel mondo intero: Europa, Stati Uniti, Russia e Giappone sono i key market di riferimento, ma dal 2017 siamo diventati operativi anche in Arabia Saudita, dove abbiamo inaugurato il nostro primo corner a Jeddah. 

Su che cosa deve puntare secondo lei il  Made in Italy per riuscire ad essere sempre vincente?

Il Made in Italy ha la fortuna di portare con sé una fama legata ai concetti di qualità, artigianalità, di tradizione e di “saper fare”e dna creativo: insomma la grande storia del nostro paese. Tutto questo è un grande vantaggio per le aziende che decidono di portare nel mondo qualsiasi prodotto  che faccia parte della tradizione manifatturiera italiana. Bisogna però continuare a coltivare tutte queste componenti rinnovandole con l’innovazione:  ecco perché nel rilevare l’azienda è stato fondamentale rispettarne la storia e le origini. Il prodotto Made in Italy non va snaturato, ma soprattutto non va svalutato per essere più concorrenziale sui mercati esteri. Puntare sulla qualità, sull’innovazione e sulle nostre radici sono sempre scelte vincenti.

mattioli orecchini puzzle 2018
Orecchini Puzzle

L’Italia ha attraversato una profonda  crisi iniziata nel 2010 e poi proseguita successivamente. Secondo lei oggi  c’è un segnale di ripresa? Il suo settore ha subito una forte crisi?
Sì, un segnale di ripresa c’è! Soprattutto le aziende che esportano hanno ricominciato a crescere. La crisi, che era in realtà già iniziata nel 2000, è stata un duro colpo che ha portato alla perdita di un cospicuo numero di aziende del nostro settore. L’Italia in passato era stato il maggior produttore di oro nel mondo, oggi siamo il terzo. Si è passati da una produzione annua di più di 400 tonnellate alle circa 80 odierne.
Dietro questa drastica diminuzione c’è però un dato molto positivo: siamo riusciti a trasformare la quantità in qualità aumentando notevolmente il valore aggiunto contenuto nei nostri prodotti.

Lei ha ricoperto molti incarichi importanti nel mondo dell’impresa. Come vede l’imprenditoria italiana oggi? Quali sono i suoi punti di forza e quali le sue debolezze?
L’imprenditoria italiana è da sempre molto capace, ma anche molto individualista. Più volte è stata in grado di dimostrare, soprattutto all’estero, che gli imprenditori oltre a fare business portano formazione e sviluppo sociale nei paesi in cui esportano. Non resta che continuare a investire nel  “fare squadra” come abbiamo iniziato a fare, con il risultato di un + 7% di export che è sotto gli occhi di tutti.

 

 

 

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