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L’Italia è ferma e dorme, l’Italia è sveglia. Chi ci capisce, è bravo

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Il New York Times parla di un’Italia ferma e della nostra “prudenza” come una qualità bifronte, positiva e negativa insieme. Ci dobbiamo “svegliare” o forse non è tutto… sonno quello che dorme?

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Un bell’editoriale uscito nell’edizione di ieri del New York Times a firma Roger Cohen ci dà un punto di vista, per una volta non troppo macchiettistico o eccessivamente duro del nostro Paese. Cohen parla del suo ritorno a Roma dopo tanto tempo, del fatto di aver ritrovato cose uguali, come i meravigliosi carciofi alla romana, o il traffico, o le manifestazioni che bloccano il centro ma anche un primo ministro che, almeno nelle intenzioni, si è votato al cambiamento e sta cercando di portare uno shock in un paese che vive nella “consolazione” della sua stasi, del suo passato, della sua bellezza.

Di fondo si intravede la descrizione di una differenza “sociologica”: la voglia costante di cambiare degli americani, il loro dinamismo, la loro mobilità anche fisico geografica (per noi “spostarsi” significa 5 ore di treno, per loro 3 fusi orari, noi siamo un grande paesone, loro un continente-nazione) e all’opposto un’Italia ferma alle sue tradizioni, alla sua storia, alla sua umanità che però diventa quasi un aggrapparsi all’elemento emotivo di fronte all’impossibilità di cambiare il quadro pratico. Un’Italia ferma… ai deliziosi carciofi alla romana mentre gli altri sono alla cucina molecolare.

Ma la cucina molecolare forse non va bene per tutti. E infatti lo stesso Cohen dice che questa “stasi” italiana che può apparire solo noncuranza o indifferenza invece può rivelarsi anche è una buona qualità, quella della prudenza.

bell’editoriale uscito nell’edizione di ieri del New York Times a firma Roger Cohen ci dà un punto di vista, per una volta non troppo macchiettistico o eccessivamente duro del nostro Paese. Cohen parla del suo ritorno a Roma dopo tanto tempo, del fatto di aver ritrovato cose uguali, come i meravigliosi carciofi alla romana, o il traffico, o le manifestazioni che bloccano il centro ma anche un primo ministro che, almeno nelle intenzioni, si è votato al cambiamento e sta cercando di portare uno shock in un paese che vive nella “consolazione” della sua stasi, del suo passato, della sua bellezza.

Di fondo si intravede la descrizione di una differenza “sociologica”: la voglia costante di cambiare degli americani, il loro dinamismo, la loro mobilità anche fisico geografica (per noi “spostarsi” significa 5 ore di treno, per loro 3 fusi orari, noi siamo un grande paesone, loro un continente-nazione) e all’opposto un’Italia ferma alle sue tradizioni, alla sua storia, alla sua umanità che però diventa quasi un aggrapparsi all’elemento emotivo di fronte all’impossibilità di cambiare il quadro pratico. Un’Italia ferma… ai deliziosi carciofi alla romana mentre gli altri sono alla cucina molecolare.

Ma la cucina molecolare forse non va bene per tutti. E infatti lo stesso Cohen dice che questa “stasi” italiana che può apparire solo noncuranza o indifferenza invece può rivelarsi anche è una buona qualità, quella della prudenza.

Nessuna rivoluzione e un volgo disperso

Ma l’Italia è più giovane degli Stati Uniti. Nessuna rivoluzione e dominazioni di ogni genere nel corso della sua storia, un popolo ancora in costruzione che vive di separazioni e fortissimi sensi di identità locali. Un paese adolescente, che probabilmente vive quella sfrontatezza e percezione incosciente del futuro tipica degli anni più giovanili. Fatalismo e desiderio di quiete, poca “ambizione” che da noi è vista come una qualità negativa, come un sentimento che magari si ha ma che non si può dire, mentre in area anglosassone è una legittima esigenza di crescita (anche economica: quanti in Italia, banalmente, dicono quanto guadagnano?).

Se dovessimo “rispondere” al pensiero di Mr Cohen diremmo che probabilmente guardando l’Italia con lo spirito di insieme saremmo d’accordo.

Ma guardandola con lo spirito di finezza, analizzando i singoli più che la generalità potremmo scoprire tante individualità che ogni giorno cambiano, si reinventano e che rispondono con il lavoro personale alla stasi del “globale” che li circonda.

Decenni per fare una linea della metropolitana, stadi nuovi nati vecchi, autostrade in costruzione perenne: cominciamo tutto, finiamo poco. Un occhio che guardasse solo l’insieme vedrebbe, in effetti, questo: ma all’interno di tale insieme in bianco e nero ci sono dei pezzi del puzzle colorati, attivi, generativi.

Nessun grande Olivetti, tanti piccoli Olivetti

Quindi la consolazione dell’Italia sarebbe che la trovi sempre nello stesso modo, come la tua vecchia zia o il baretto di quanto eri bambino. Ma è così? Se si fa fatica a vedere grandi eventi di protagonismo nazionale (l’Expo lo sarà?), se non si affacciano gruppi economici o menti potenti (i Mattei, gli Olivetti, i Borghi) facilmente conoscibili anche all’estero, se i dati economici segnano una crisi durissima, forse tale crisi sarebbe ancora più pesante senza lo “spirito” degli italiani.

Manca l’ambizione, manca il dinamismo, ma esiste il lento “coltivare”. Diciamolo: noi italiani abbiamo sempre vissuto “a prescindere” da chi ci governava, abbiamo sempre vissuto a prescindere dalle leggi di cui siamo stati inventori e che abbiamo deformato in molti casi nell’astruso legalismo. Abbiamo sempre vissuto nonostante i capi, i governi e li abbiamo anzi guardati con derisione. Siamo sempre stati persone più che “gruppo” e popolo.

Forse Cohen che parla di Renzi perde un po’ di vista gli italiani stessi: rincorrendo “l’italiano” che potrebbe essere “la soluzione” dimentica “gli italiani” che le soluzioni le hanno già inventate (ad esempio tutte i casi di “come ti combatto la crisi” di cui vi stiamo parlando su Donne sul Web). Inoltre c’è un altro aspetto da considerare: forse più che saper curare malattie noi siamo bravi a saperci convivere. E non è nemmeno detto che sia più longevo chi prende più medicine rispetto a chi i vari morbi se li tiene e impara a conviverci…

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