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Luigi Zingales: “L’Italia del lavoro ha ancora speranze”. Intervista

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Intervista all’economista Luigi Zingales, uno dei 100 pensatori più influenti al mondo, su lavoro, tasse, euro. “Un problema è che in Italia rispettando le regole non si riesce a sopravvivere”.

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I disoccupati in Europa sono 20 milioni, dice dal Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde. Secondo Banca d’Italia il divario tra poveri e ricchi nel Belpaese è sempre più profondo e la ricchezza resta nelle mani del 10% delle famiglie. L’Istat certifica che la disoccupazione nel 2012 ha toccato soglia 10,7% e che il tasso di disoccupazione giovanile supera il 35%. I disoccupati, in Italia, sono 2 milioni 744 mila: +636mila rispetto al 2011. Il 40% della disoccupazione giovanile, dice McKinsey & Company, è imputabile al “difficile rapporto tra scuola e mondo del lavoro”. “C’è qualcosa nella normativa sul lavoro dell’Eurozona che discrimina i giovani”, dice il presidente della Bce Mario Draghi.

 L’Italia del lavoro è un paese senza speranza?

“Mi auguro di no”, dice da Chicago a Donne Sul Web l’economista Luigi Zingales. “Non esiste un paese lavorativamente senza speranza”. Nel 2012 la rivista Foreign Policy ha inserito Zingales – unico italiano insieme a Draghi – nella lista dei 100 pensatori più influenti al mondo. L’economista è Robert C. McCormack professor of Entrepreneurship and Finance presso la University of Chicago Booth School of Business, amministratore indipendente nel consiglio di amministrazione di Telecom Italia e tra i fondatori nel 2012 di Fermare il Declino. Per il disastro italiano la spiegazione, dice l’accademico, è quella di una “doppia crisi” dall’effetto “devastante”: una congiuntura negativa molto lunga cui si sovrappone una crisi “strutturale”.

Professor Zingales, da dove cominciare allora per cambiare la situazione?

C’è un elemento cruciale al quale credo non sia stato dato il dovuto peso. Bisogna guardare ai dati sulla produttività, cioè prodotto per ora lavorata: il dato è cresciuto in tutti i paesi sviluppati del mondo. Persino nel Giappone in crisi da due decadi il dato è cresciuto dell’1.4% l’anno. La crisi dell’euro è reale, così come è reale, a partire dagli Usa, la crisi globale. Ma il dato sulla produttività in Italia viene da molto lontano. La domanda quindi è: perché non siamo cresciuti?

Qual è la sua ipotesi?

Le spiegazioni che ci siamo dati fino ad oggi non funzionano. L’Italia ha scarsa mobilità del lavoro? Una giustizia inefficiente? Politici corrotti? Vero. Ma tutte queste realtà erano lì trent’anni fa come oggi. Negli anni ‘80 il Paese non era molto diverso da questo punto di vista: eppure cresceva in termini di produttività per ore lavorate. L’Italia è cresciuta fino ai primi anni ‘90 ai ritmi degli altri, poi ha smesso. Il tessuto imprenditoriale italiano è fatto di piccole e medie aziende, e probabilmente l’economia ha sviluppato specializzazioni nei settori sbagliati. Ma questi dati non spiegano l’immobilismo italiano.

Da cosa dipende allora?

C’è stato uno choc negli anni ‘90 che, interagendo con la nostra struttura industriale, ha reso il Paese incapace di crescere. L’euro? L’entrata della Cina nella World Trade Organization? Dati alla mano, nessuno dei due fattori sembra spiegare l’immobilismo. Se osserviamo l’andamento della produttività in America e in Europa a metà anni ‘90 gli Usa accelerano e dal 1995 l’Europa scende in termini relativi: continua a crescere, ma cresce meno. L’Italia, invece, si ferma completamente. Questo indica che la malattia italiana è una forma più acuta di quella europea.

Cosa accade allora a metà degli anni ‘90?

La rivoluzione dell’Information and Communication Techology che non solo porta i computer in ogni casa e azienda ma potenzialmente cambia il modo di fare produzione. L’Italia rivela performance peggiori proprio nei settori dove l’Ict è più importante, perché ha avuto grande difficoltà organizzativa, culturale e industriale a incorporare i benefici della rivoluzione tecnologica.

Cosa fare allora?

Queste sono analisi di problemi strutturali, e i problemi strutturali non si risolvono con la bacchetta magica. Non ho una proposta per aumentare l’occupazione di due milioni in tre anni, purtroppo. Ma  è necessario cominciare da molti fronti. Per me uno dei problemi che rende più difficile introdurre l’Ict in italia è la combinazione tra aspetti culturali e legali nel paese. Spesso un tempo le piccole imprese, i piccoli artigiani, tenevano la “doppia contabilità”: il libro “ufficiale” e il libro vero. Una situazione quasi impossibile con la computerizzazione. Allo stesso modo nelle grandi imprese oggi ci sono sistemi di acquisti dalle procedure molto rigide, e diventa complicato fare il “favore” all’amico di turno. Molti non vogliono informatizzare per non rinunciare alla discrezionalità che permette il nero e il clientelismo. Se vogliamo riprendere a crescere, nel lungo periodo, dobbiamo abituarci a un sistema di regole non aggirabili e ragionevoli. Spesso oggi in Italia il presupposto è che rispettando le regole non si riesce a sopravvivere.

In questi giorni non si parla che di legge elettorale. Ma la prima mossa del neosegretario del PD Matteo Renzi parla di lavoro. Cosa pensa del Jobs Act?

Non ho avuto modo di analizzare con calma la proposta di Renzi, ma credo che cercare in questo momento un incentivo di breve periodo sia fondamentale. I cambiamenti economici di cui parlo richiedono tempo, mentre ora è urgente far ripartire le imprese: le modifiche strutturali possono essere avviate solo dopo questa fase. Oggi la politica deve improntare interventi immediati: dalla riduzione dei costi di assunzione per le imprese alla diminuzione del costo dell’energia come dice Renzi. Proposte non strabilianti ma certo ragionevoli.

Il Jobs Act ipotizza il contratto unico di lavoro, come proposto da tempo da Pietro Ichino.

È importante cominciare a risolvere in qualche modo il dualismo del mercato del lavoro italiano. I lavoratori che hanno un’occupazione sono molto protetti mentre le persone disoccupate e in cerca di lavoro sono totalmente prive di tutele. Questa è una grande forma di ingiustizia. I giovani si trovano senza lavoro, senza prospettive di crescita e con i debiti accumulati dalle precedenti generazioni. Il vero, drammatico rischio che corre oggi l’Italia è di diventare il Meridione d’Europa. Già il nostro Sud è stato depauperato enormemente dall’emigrazione. Oggi l’Italia esporta alto capitale umano e ne importa di basso. Questo meccanismo di scambio impoverisce fortemente il Paese mentre i giovani devono avere una prospettiva in Italia, non fuori. Questo richiede un adattamento delle regole, ridistribuendo le tutele tra i lavoratori.

Ci sono in Italia le condizioni sindacali e sociali per farlo?

Il problema è che le risorse sono limitate. Non sono un esperto di diritto del lavoro, Ichino ne sa molto più di me. La flessibilità può essere utile, ma il modo in cui l’abbiamo usata ha creato soggetti con diritti profondamente diversi: gli insider e gli outsider. Perché chi ha avuto la fortuna di nascere prima ha avuto certi privilegi e chi è nato dopo non li ha? Dare a tutti quei privilegi non è possibile, ma la soluzione non può essere quella di lasciare che siano in pochi ad avere tutto.Uscire dall’euro aiuterebbe? O i costi dell’uscita dall’euro sarebbero troppo elevati?

Tornare a una lira priva di credibilità significherebbe fare default sul debito pubblico attraverso o un’inflazione elevatissima o un default aperto. Sarebbero soluzioni devastanti. Certo, se fossimo come l’Inghilterra, che oggi è fuori dall’euro, una svalutazione del nostro tasso di cambio in questo momento di crisi farebbe bene. Non vuol dire però che dovevamo rimanere fuori dall’euro come hanno fatto gli inglesi: non avevamo la loro credibilità. Non dimentichiamo che siamo entrati nell’euro perché nessuno si fidava della lira. Con una moneta inaffidabile l’ipotesi era quella di ridurre il costo del nostro debito ancorandoci ad una valuta forte come il marco. Oggi dimentichiamo che abbiamo avuto benefici enormi dall’euro, benefici che non abbiamo sfruttato: se avessimo utilizzato il risparmio venuto dalla riduzione dei costi degli interessi non per aumentare la spesa ma per ridurre il debito, oggi quel debito sul Pil sarebbe dell’80% invece del 130%. E ora ci ritroviamo dei costi che vorremmo non avere.

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