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Luisella Costamagna: “Le donne italiane non hanno autostima”. Intervista

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Ripartire dal ruolo delle donne: dalla quotidianità e dall’autostima. Già, perché “autostima” è parola difficile, troppo spesso una vera e propria conquista per una donna. Ne abbiamo parlato con la giornalista Luisella Costamagna.

 Luisella Costamagna

Noi che costruiamo gli uomini“, edito da Mondadori, racconta con ottimismo e realismo storie, anche dolorose, di donne normali ma eccezionali. “Ho voluto dire alle donne che nella vita è necessario provare”, racconta con un sorriso Luisella Costamagna. “È la chiave di ciò in cui credo: non voglio arrendermi prima di essere certa di averci provato fino in fondo”. Sara è precaria, ma il suo sogno no. Bertha è andata lontano, Bruna crea la vita oltre la violenza. Cecilia non somiglia a nessuno e lo rivendica. Patrizia risale dopo aver toccato il fondo e scavato come se quel fondo non avesse fine. Alessandra vuole fare la mamma. E non è l’unica. Caterina invece no. La rinascita di Mariangela passa dall’acqua. Ida costruisce la forza che sembra non avere. La normalità della storia di Lavinia è schiacciante, peccato che non lo sia per questa Italia.


Luisella, da cosa nasce la necessità di questo libro?

Abbiamo un problema di cultura maschilista, e noi donne siamo coinvolte in prima persona. Il libro prende spunto da un’indagine Nielsen del 2011 in ventuno paesi per orientarsi nel pianeta femminile. Il libro nasce da quei dati e quei numeri: una donna italiana su quattro crede nel fatto che siano le mamme il genitore di riferimento. In Spagna, per fare un esempio, lo crede meno di una donna su dieci. E ancora: sono le stesse donne italiane a pensare che sia giusto che gli uomini comandino e guadagnino più delle donne. E che la politica sia una prerogativa soprattutto maschile.

Perché?

C’è una componente di discriminazione nei confronti delle donne, nel lavoro e con la mancanza di asili e in genere di servizi fondamentali a raggiungere la parità. Le donne italiane, remissive e rinunciatarie, non hanno autostima e continuano a restare un passo indietro. Nel libro racconto dieci storie che dimostrano invece che esistono molte donne che nella loro quotidianità hanno sfidato i luoghi comuni. Che hanno vinto sulla violenza domestica, sulla droga e sul carcere, raggiungendo risultati straordinari nell’assoluta normalità. È stato un modo per dire alle donne di crederci. O almeno di provarci, visto che si può anche fallire. È la chiave di ciò in cui credo nella vita. Il prossimo libro, poi, parlerà dell’autostima degli uomini. Sembra esistere, eccome. Eppure…

Nel 2007 hai vinto (per il tuo “giornalismo capace di scuoterci dentro senza per questo ricorrere al sensazionalismo”) il “Premio Ghinetti” – riconoscimento andato nel tempo a Milena Gabanelli, Giuseppe D’Avanzo, Sandro Curzi, Fabrizio Gatti – con un reportage sulla violenza contro le donne realizzato per la trasmissione di Riccardo Iacona “W l’Italia Diretta” su RaiTre. Credi che l’informazione italiana debba fare ancora un esame di coscienza nel suo modo di raccontare la donna e il femminicidio?
Siamo di fronte a un’emergenza nazionale, e i primi a interrogarsi dovrebbero essere i politici. Il tema non è stato affrontato con la serietà che richiede. E poi ci sono le responsabilità dei giornalisti, che sono tra coloro che potrebbero far cambiare la cultura. Dal racconto fatto dai giornalisti troppo spesso traspare una cultura assolutamente maschilista.

In che senso?

Penso a titoli come: “Marina la scuola, stuprata”. Come a dire: in fondo era una poco di buono, era una che non era andata a scuola. E poi c’è il meccanismo sessista con cui i giornalisti raccontano i faccia a faccia televisivi: il “battibecco”, il “pollaio” se si tratta di donne. Per gli uomini, invece, si parla di un “confronto franco di opinioni”. Il ministro Prestigiacomo era una “piagnucolona”, Elsa Fornero un’”isterica”. Alessandra Moretti, la portavoce di Bersani, è stata tranquillamente definita una “shampista”. E non dimentichiamo le battute maschiliste fatte negli anni da rappresentanti delle nostre istituzioni, sempre liquidate come provocazioni o barzellette: hanno invece fatto un danno enorme alle donne e alla nostra cultura.

Cosa pensi in generale dello stato di salute del pluralismo e dell’informazione in Italia oggi?

In Italia ci sono, e non ho dubbio, giornalisti con la schiena dritta e cani da guardia del potere. C’è stata però una sorta di degenerazione, e non riesco a difendere la categoria. Enzo Biagi diceva che un giornalista deve essere innanzitutto un testimone, e che deve avere come unico editore di riferimento il pubblico. Ecco: negli ultimi anni i giornalisti – molti, non tutti – si sono persi. Da un lato sono diventati non testimoni, ma protagonisti. E il loro editore di riferimento non è il pubblico, ma il potere in tutte le sue forme. Al di là del merito discutibile, ritenevo salutare lo scardinamento che poteva rappresentare l’avanzata di Beppe Grillo. Dire che i giornalisti sono stati specchio del potere e parte del sistema ha degli elementi – sia pure parziali – di assoluta verità. I giornalisti si sono adeguati a regole che non hanno deciso loro, dall’editto bulgaro in poi. A ricatti. E, a parte i tanti assunti a tempo indeterminato in tv e in testate oggi in crisi tanti sono i precari, cui è molto difficile richiedere il coraggio di essere libere.

Cosa chiedono oggi al mondo dell’informazione lettori, spettatori e utenti web?
Da spettatrice e lettrice dico che oggi esiste una generazione di giornalisti autocompiaciuti e onanisti. Di scritture autoreferenziali in cui diventa difficile capire dove sia la notizia. O di colleghi che si nutrono del compiacimento che la televisione dà. Questo è ormai uno di quei mestieri in cui i difetti umani diventano pregi professionali: l’assenza di pudore, lo sciacallaggio, non dare un numero di telefono a un collega che può averne bisogno per spietata concorrenza.

E poi la carta stampata soffre il calo di vendite e la concorrenza dell’online.
Sta cambiando il meccanismo di partecipazione. Sono una fan del web e sono stata una delle prime a mettere internet in tv. Per i giornali quello dell’edizione online è un destino segnato. Per la tv il discorso è diverso: la crisi della generalista non corrisponde a un calo degli spettatori, che sono anzi aumentati. Solo che seguono percorsi diversi, creando i loro palinsesti tra tablet, digitale terrestre, satellitare, computer. Questa è una rivoluzione.

Perché allora a fare gli opinionisti nei talk show – tranne in rari casi – sono quasi sempre solo direttori o giornalisti della carta stampata e mai del web?

C’è una certa rigidità. L’avvento di internet è incontrovertibile, ma la carta stampata e la tv generalista non cambiano: in termini di format e di meccanismi di fruizione abbiamo sempre gli stessi programmi. Dell’ascesa di Grillo mi ha intrigata il fatto che ci potesse essere finalmente anche una partecipazione di personaggi completamente diversi. I grillini non partecipano ai talk e capisco anche la polemica, fatta per rompere il talk classico dove compaiono sempre gli stessi personaggi. Ora in Parlamento sono arrivati nuovi deputati e senatori e si vedono altre facce. Ma il meccanismo di creazione di un talk politico è sempre lo stesso: dover occupare una casella e affidarsi a ciò che è già sperimentato e che funziona.

Quindi che fare?

Ci dovrebbe essere maggiore apertura, sperimentazione e creatività sui format. Ma attenzione a non fare l’errore opposto di voler inserire il nuovo solo in quanto tale. La tv è un mestiere, ha meccanismi legati a ritmo e capacità. È vero che bisognerebbe cambiare i protagonisti ma non è detto che chi è un ottimo blogger poi possa funzionare sul piccolo schermo. Sono comunque dei mondi ancora molto distanti. Pensiamo alla radio: non sono mancati tentativi di portare meravigliosi programmi radiofonici in tv. Spesso non hanno funzionato: l’unico che può permetterselo è Fiorello. Lo stesso vale anche per la rete.

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