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Pizzuti: “L’euro o c’è per tutti o non c’è per nessuno”

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Professore di Politica economica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma La Sapienza, Dipartimento di Economia e Diritto. Cura annualmente il Rapporto sullo Stato Sociale.

Felice_Roberto_Pizzuti

E’ possibile prevedere cosa accadrebbe se l’Italia uscisse dall’euro e tornasse alla lira?

Non c’è in questo momento particolare motivo di pensare che proprio e solo l’Italia debba uscire dall’euro. Il solo fatto di accentrare l’attenzione sul nostro Paese è un errore di prospettiva: è più ragionevole pensare che l’euro o c’è per tutti o per nessuno. Vedo con difficoltà l’ipotesi che un Paese, specialmente se con un’economia molto grande come l’Italia, possa uscire dalla moneta unica e che poi l’euro possa rimanere in vita senza la sua presenza. In linea di massima se un paese grande come l’Italia esce dall’euro è verosimile pensare che l’euro si dissolva. Ad esempio, sia che solo alcuni paesi escano dall’Euro sia che la moneta unica si dissolva del tutto, occorrerebbe – tra l’altro – individuare i tassi di cambio tra tutte le nuove valute europee e tra ciascuna di esse con tutte le altre valute esistenti al mondo. Sarebbe un compito difficilissimo e ricco di molteplici implicazioni, non solo economiche, che non potrebbe essere svolto “solo” dai mercati (per consentire la sostituzione degli euro posseduti dai singoli operatori – individui, imprese e istituzioni, in Europa e nel resto del mondo – nelle nuove valute nazionali ci sarebbe anche bisogno di un periodo sufficientemente lungo di cambi fissi). Il punto da considerare è che la gestione della rottura dell’Euro implicherebbe una cooperazione necessaria ad evitare esiti degenerativi di gran lunga superiore a quella che oggi è pur necessaria per andare avanti lungo la strada dell’Unione europea.

Quali sarebbero i rischi di una deflagrazione dell’euro?

La creazione dell’Unione europea non è solo la creazione di una moneta unica: è un obiettivo che fu fissato immediatamente dopo la II guerra mondiale, quando si constatò che nel giro dei tre decenni precedenti c’erano state due guerre mondiali devastanti anche dal punto di vista etico e morale. In più l’Ue oggi assume valenza economica di grandissima importanza per gli Stati membri: nessuno di essi, nemmeno il più grande, può competere da solo con la speculazione internazionale dei mercati o con economie di dimensioni come quelle degli Stati Uniti, della Cina, del Giappone.

Sergio Cesaratto dice che il vero rischio in caso di uscita dell’Italia dall’euro non sarebbe l’aumento dell’inflazione, ma che l’inflazione sarebbe un danno minimo a fronte del recupero nell’occupazione.
Lo scombussolamento che ci sarebbe a seguito di una rottura del progetto europeo va al di là di quanto sia prevedibile voce per voce. Isolando le questioni, si può ipotizzare che il ritorno a tassi di cambio consentirebbe una svalutazione che potrebbe favorire le nostre produzioni. Ma il fallimento dell’Unione, se accadesse, sarebbe un fatto epocale che potrebbe innescherebbe fenomeni molto più compositi e di ampie dimensioni nonché la possibilità di comportamenti caratterizzati da spirito di ritorsione.

Quali?

Si metta, ad esempio, nei panni di chi voleva fare l’Europa unita e darebbe – a torto – tutta la colpa di questo fallimento o ai paesi mediterranei “cialtroni” o ad un risorto spirito egemonico pangermanico. Ci sarebbe una spirale negativa per tutti, con ritorsioni reciproche che, ripeto, non si limiterebbero all’economia. Sarebbe, per capirci, come un divorzio di tipo non consensuale e pieno di rancori, con tutti gli effetti psicologici e le reazioni irrazionali che essi provocano, ma amplificati a livello di rapporti tra nazioni. La rottura del progetto europeo potrebbe innescare situazioni e contrasti capaci di estendersi in modo imprevedibile, con il rischio di riportare i rapporti tra i paesi europei alla situazione della prima metà del secolo scorso, cioè proprio quello che i padri fondatori del progetto europeo volevano evitare per sempre. Per scongiurare questo esito tragico bisogna capire l’importanza di andare avanti verso l’Unione europea, il ché, lo ripeto, richiede molta meno cooperazione di quanta ne sarebbe necessaria per rompere senza un esito drammatico.

Drammatico?
Fino alla guerra, per capirci.

Che fare allora?

I problemi della vita quotidiana e il benessere di tutti sarebbero avvantaggiati se l’economia potesse usufruire di un miglior rapporto tra mercati e istituzioni. La crisi che viviamo e il devastante tasso di disoccupazione nascono da fallimenti dei mercati, che nel frattempo si erano “liberati” dalle istituzioni. Nel passato trentennio i mercati si sono globalizzati mentre le istituzioni sono rimaste nazionali: ciò ha provocato asimmetria nei rapporti tra gli uni e gli altri a sfavore dell’efficacia complessiva dell’interazione tra loro. Se vogliamo recuperare un rapporto efficace tra mercati e istituzioni, anche le istituzioni devono aumentare la loro sfera di influenza a fronte di mercati ormai globalizzati.

In che modo?

La costruzione dell’Unione europea va anche in questa direzione, ma a patto che essa sia la costruzione non solo di un mercato e di una moneta comuni, ma anche di un’istituzione comune capace di rapportarsi più efficacemente con i mercati. Ciò aiuterebbe a risolvere la crisi ed eviterebbe che i mercati lasciati a se stessi cadano e rimangano nella situazione di crisi che genera disoccupazione e quindi malessere per tutti in termini visibilmente concreti. Occorreranno accordi e istituzioni sovranazionali; ma non c’è dubbio che in Europa la via maestra è quella di creare un’istituzione di dimensioni continentali che sarebbe di gran lunga più capace – rispetto anche alla più grande delle istituzioni nazionali – di interagire efficacemente con i mercati. Non è un’idea originale: è il progetto su cui si sta lavorando da decenni. Voglio anche precisare che non escludo la possibilità che questo progetto alla fine fallisca: la storia dell’umanità è fatta anche di involuzioni e di decisioni anche tragicamente sbagliate. Se l’Europa, nella prima metà del secolo scorso è stato il principale campo di battaglia di due tragiche guerre mondiali, vuol dire che non ci sono limiti agli errori e agli effetti nefasti che possono derivare delle decisioni umane. Ci sono tante circostanze che congiurano per portare il progetto dell’Unione europea al fallimento. Ma, a mio avviso, se ciò accadesse andrebbero messe in conto conseguenze anche molto negative o addirittura drammatiche e non limitate alle relazioni economiche.

E nel frattempo come si affronta la sempre più ingestibile situazione sociale?

Questa crisi in Europa sarà sempre più difficile da gestire se si va avanti con comportamenti come quelli che si sono avuti con la Grecia, con Cipro, e anche, prima, con la Spagna e l’Italia. Lungo questa strada non andiamo da nessuna parte: se in Europa la crisi si sta avvitando in modo negativo, molto più che in altri angoli del mondo, non è perché i nostri fondamentali economici siano peggiori. È piuttosto perché siamo colti nella transizione di un progetto unitario che è condotto con modalità sbagliate e pericolose, controproducenti. Forse saranno le elezioni in Germania, a settembre, a cambiare qualcosa: vedremo. Quel che è certo è che andare avanti così non si può e che – però – la rottura dell’euro sarebbe peggio. Non sono ottimista nel credere che in breve tempo arriveremo a un’Unione europea gestita in maniera corretta, con istituzioni di dimensioni continentali democraticamente rappresentative in grado di interagire efficacemente con i mercati. Dico però che siamo messi male se non riusciamo a comprendere l’abisso rappresentato dall’alternativa. Al momento ci sono molti motivi per essere pessimisti, inclusi i tempi e le lungaggini che non accennano a ridursi. Ma la rottura dell’euro accentuerebbe le rivalse che ogni paese ha nei confronti degli altri e che oggi ci stanno impedendo di andare avanti.

Quale futuro vede dunque per l’eurozona?

Il mio ottimismo è legato ad una valutazione: è più ragionevole sperare che, alla fine, la considerazione della razionalità del progetto europeo e del benessere anche emotivo che esso apporterebbe a tutti – non solo agli europei – prevalga sull’irrazionalità e sugli effetti cupi del suo fallimento. È per questo che, quando sento parlare di piano B, ovvero di pensare a gestire la rottura dell’euro, mi viene immediatamente in mente che così facendo inevitabilmente s’indebolisce il piano A. E siccome non c’è paragone tra i due esiti, credo sia necessario investire tutte le energie disponibili sul piano A.

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