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Sex offenders non si nasce, si diventa: le donne che recuperano i detenuti per crimini sessuali

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Un gruppo di siciliane coraggiose si batte per il reinserimento dei criminali condannati per reati di violenza sulle donne. Vanno in carcere e lavorano al fianco di stalker o stupratori. Una lotta non facile che rompe molti tabù a cominciare dalla possibilità di rieducare soggetti che si sono macchiati di reati così gravi.

Foto Donne a Sud Italia

 La prigione è qualcosa di più di un luogo murato, è un universo alieno di valori distorti, governato spesso da un codice di violenza. “La galera è un tritacarne umano, una fabbrica che trasforma gli uomini in animali. Il carcere restituisce persone peggiori di quelle che ha rinchiuso”, sosteneva Edward Bunker, probabilmente il più importante scrittore contemporaneo di letteratura hard boiled. Secondo il grande scrittore americano, rinchiuso per oltre 20 anni nelle prigioni della California, l’idea che dietro alle sbarre i carcerati dovrebbero riabilitarsi è semplicemente risibile. Spesso sovraffollate, le carceri farebbero parte di un sistema che sembra fatto apposta per alimentare crimini e criminali.

Il carcere: un mondo senza speranza?

“Riempiono le celle di poveracci che scontano pene per storie di droga da quattro soldi, li trasformano in pazzi criminali e poi li rimettono fuori tra la gente comune: è come se allevassero delinquenti in serra”, scriveva Bunker nel suo romanzo autobiografico “Educazione di una canaglia”. Un mondo senza una luce di speranza, un pianeta nero che macina spirito e carne dei reclusi visti come dannati e privi di redenzione e in cui abitudini, modi di dire e odori si ripetono all’infinito in una quotidiana e tremenda uniformità.

A pochi chilometri da Ragusa, nell’estremo sud siciliano, esiste da qualche anno “Donne a Sud”. “Donne a Sud” è sia un’associazione che un centro anti-violenza. La sua sede si trova a Vittoria ed è collegata alla rete regionale del “Coordinamento donne siciliane”. Si occupa e gestisce vari programmi e progetti che hanno per obiettivo primario la tutela delle donne vittime di violenze e abusi. L’Associazione è composta da una squadra di avvocatesse, psicologhe e assistenti sociali, tutte volontarie. “Per Statuto i membri dell’Associazione devono essere donne”, specifica l’avvocatessa Rossana Caudullo, rappresentante legale e co-fondatrice di “Donne a Sud” assieme alla dottoressa Sabrina Mercante, attuale presidente dell’organizzazione.

rossana associazione donne del sud

“Sono vittime degli stereotipi della nostra società, impregnata di maschilismo”

In collaborazione con il Rotary Club di Ragusa e con il beneplacito delle istituzioni, l’Associazione “Donne al Sud” ha lanciato un progetto dedicato ai detenuti per reati sessuali rinchiusi nella Casa Circondariale di Ragusa. Come gran parte delle strutture penitenziarie dello Stivale, si tratta di un piccolo carcere sovraffollato in funzione dagli anni ’30 e situato nel centro della città siciliana. “Il carcere inserito nel contesto urbano è molto importante perché si sottolinea che esso è parte integrante del tessuto sociale non soltanto nel senso fisico ma anche nel senso dello scambio con la città. L’attenzione è molto alta sia da parte della stampa che delle istituzioni e della cittadinanza con alte richieste di volontariato all’interno della struttura”, sottolinea Rosetta Noto, funzionaria dell’area pedagogico-giuridica della prigione ragusana.

Le volontarie di “Donne a Sud” si sono recate per mesi nel carcere cittadino e hanno avviato un progetto che mira alla rieducazione dei violenti:”Abbiamo seguito alcuni reclusi per crimini sessuali. Si tratta di uomini spesso vittime degli stereotipi della nostra società, impregnata di maschilismo: dalla cultura scolastica ai mezzi di comunicazione, l’immagine della donna si è cristallizzata in un ruolo secondario e subalterno”, afferma l’avvocatessa Rossana Caudullo.

Attenzione particolare ai detenuti per reati sessuali gravi

Per “Donne al Sud” l’appellativo sex offender è da intendere nel senso più ampio del termine: si riferisce a qualsiasi persona che abbia compiuto delitti contro il genere femminile: dallo stalking ai maltrattamenti domestici fino agli abusi sessuali e all’omicidio. Tuttavia è ai reclusi per reati sessuali gravi, se non gravissimi, che si rivolge il centro anti-violenza ragusano. “Abbiamo incontrato uomini che hanno alle spalle un’infanzia dominata dalla cultura della violenza, dal bullismo mentre le donne hanno, al contrario, una storia e un modello familiare di sottomissione e profondi deficit di autostima”, dice la legale dell’Associazione.

La lunga esperienza di “Donne al Sud” nel campo dell’anti-violenza di genere ha stimolato una sfida non da poco: questa piccola ma agguerrita brigata anti-violenza tutta al femminile si è data come obiettivo di responsabilizzare e educare soggetti criminali maschili. ”All’inizio questi detenuti non hanno coscienza del loro delitto, non si rendono conto e tendono a colpevolizzare la moglie, la polizia, il magistrato o l’avvocato. E’ un percorso che parte prima di tutto dalla consapevolezza e per ottenerla il primo passo è conquistarsi il rispetto dell’utente, spesso intriso di cultura machista e sottocultura carceraria. E’ necessario per noi operatrici guadagnarci quell’autorevolezza che ci serve per inculcare una visione sana dei rapporti fra uomo e donna”, sostiene la dottoressa Caudullo.

All’inizio c’è scetticismo

Il programma prevede colloqui in carcere sia di gruppo che individuali e si rivolge soprattutto ai detenuti di lunga durata giunti al fine pena o in attesa di scarcerazione perché l’Associazione non coltiva nessun idealismo fine a sé stesso ma mira “a fornire concretamente quella formazione e educazione al rispetto indispensabile al reinserimento sociale”, puntualizza Rossana Caudullo che racconta:”All’inizio del percorso terapeutico-educativo c’è molto scetticismo fra gli utenti, col tempo e grazie alla fiducia conquistata vengono a delinearsi percorsi individuali di recupero poiché tutti sono recuperabili, nessuno nasce criminale né quanto meno sex offender”.

Nella Casa Circondariale di Ragusa sono una decina i detenuti reclusi per reati sessuali. “Dal marito che picchia la moglie a quello che la violenta e cerca di ucciderla. Abbiamo seguito detenuti condannati per stupro e tentato uxoricidio nonché uomini reclusi per abuso sui minori. Il loro profilo personale non è necessariamente legato ad uno status sociale di povertà: abbiamo incontrato uomini violenti laureati, professionisti, poliziotti”, ricorda l’avvocatessa di “Donne a Sud”.

Isolati anche dagli altri detenuti

“Vivono” isolati nella sezione “Protetti”, un termine del gergo penitenziario che si riferisce a reclusi che non possono stare con i detenuti per reati comuni. “Secondo le regole non scritte del carcere -spiega la legale- rischiano gravi maltrattamenti se mescolati agli altri prigionieri. Praticamente sono in regime di 41bis (ndr: l’isolamento per i detenuti incarcerati per reati di criminalità organizzata, terrorismo, eversione)”.

Secondo la sottocultura carceraria, i reati sessuali sono particolarmente invisi dalla popolazione detenuta. Violenze e abusi su donne e minori, persone indifese secondo la morale delle prigioni, sono considerati aberranti dalla società carceraria, ragion per cui chi li ha commessi deve essere isolato perché a rischio della propria incolumità. Accanto a questi reclusi si possono trovare persone che hanno collaborato con la giustizia, delatori e detenuti che sono appartenuti alle forze dell’ordine, i cosiddetti “infami”. L’insieme di questi carcerati compongono la sezione “Protetti”.

Il percorso non finisce uscendo dalla galera

Per l’Associazione “Donne a Sud” si tratta di una sfida gratificante ma ancora in corso. “Prima di questa esperienza, come centro anti-violenza, abbiamo soprattutto conosciuto le vittime, donne traumatizzate che spesso perdonano il proprio partner violento; con questo progetto invece abbiamo potuto entrare in contatto con i “carnefici” ottenendo ottimi risultati in questa prima fase: alcuni detenuti sono arrivati a fare un “mea culpa” pubblico e sincero dopo la presa di coscienza dei loro atti, molti di loro hanno intenzione di continuare il percorso terapeutico anche dopo la scarcerazione, consapevoli che il loro disagio non scomparirà una volta varcata la soglia dei cancelli della galera”, rivela Rossana Caudullo.

Due avvocatesse, una psicologa, due assistenti sociali e un’addetta stampa. La brigata anti-violenza di “Donne a Sud” si adopera ogni giorno per combattere la violenza di genere grazie a una linea telefonica raggiungibile 24 ore su 24. Con il progetto carcere, le volontarie dell’Associazione desiderano offrire uno “spiraglio di luce ai detenuti per reati sessuali mostrando un modello di donna diversa dalla propria moglie o madre, un modello di donna che lavora con uomini a cui dare una seconda possibilità”, conclude l’avvocatessa.

Se la prigione è rieducazione alla vita “normale”, nonostante il sovraffollamento, la carenza di personale in servizio, la cultura i tabù della galera, l’Associazione “Donne a Sud” ha restituito al carcere la sua funzione rieducativa fondamentale, un senso realmente riabilitativo alla detenzione. Poiché accanto all’istruzione e alla formazione professionale, prepararsi ad uscire dal carcere significa rinascere e (re)imparare ad amare.

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