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Qual è lo stato reale dell’economia italiana? Tra le parole dei politici e la verità dei numeri, cerchiamo di capire se l’Italia è un paese fermo o in ripresa. C’è da essere ottimisti oppure no?

economia italiana
Asolo, Italia 2015 Photo/Contrasto

Qual è il vero stato di salute dell’economia italiana? Siamo in ripresa, siamo fermi, siamo ancora in caduta libera? Difficile orientarsi nel balletto di annunci e smentite a seconda della convenienza politica, nell’altalena di dati parziali che un mese registrano il segno più e quello dopo tornano al negativo. Il che è già un indicatore di una situazione quanto meno di grande incertezza: condizione non esattamente ideale per favorire consumi e investimenti, senza i quali, un’economia non cresce.

Non meno fondamentale dei numeri e della loro (corretta) interpretazione, è la percezione collettiva – non necessariamente corrispondente alla realtà – che orienta il comportamento delle persone. Per esempio nella propensione all’acquisto, al risparmio, all’investimento, ad assumere rischi d’impresa, a vedere il futuro come un’opportunità e non come un tunnel senza uscita. Insomma a tutto ciò che muove un’economia. In questo senso, aveva ragione Berlusconi in passato, e oggi Matteo Renzi, a invitare a ogni piè sospinto gli italiani alla fiducia e all’ottimismo. Che non è solo il “profumo della vita” come recitava il famoso spot tormentone di Tonino Guerra, ma è anche il sale dell’economia.

I dati oggettivi dell’Istat sull’economia italiana

A dar credito ai dati resi pubblici dall’Istat a fine settembre, il clima di fiducia dei consumatori è aumentato di circa tre punti percentuali rispetto ad agosto, toccando il livello più alto da 13 anni a questa parte. Segnali incoraggianti, che però scatenano la reazione immediata di associazioni come Adusbef e Federconsumatori, secondo le quali “i rilevatori dell’Istat emettono l’ennesimo report del tutto fuori luogo sulla fiducia dei consumatori”. Non si tratta semplicemente di opinioni contrapposte, rispetto alle quali, al solito, è difficile orientarsi.

I dati dell’Istat possiamo considerarli sufficientemente oggettivi perché basati su precisi indicatori e modelli matematici. In particolare, il citato report dell’Istituto nazionale di statistica si basa su un miglioramento rispetto alle previsioni di 0,1 punti percentuali di crescita del PIL nei primi due trimestri dell’anno e sulla tendenza dell’1,7% a una ripresa dei consumi. Si tratta però di rilevazioni parziali e calcolate su un arco di tempo insufficiente per parlare di una effettiva crescita di fiducia che non sia solo temporanea ma sicuramente indicativa di una tendenza, di una “svolta”, termine molto amato dal premier Renzi, che è ancora ben al di là da venire.

Anche l’ultimo rapporto periodico sul nostro Paese del Fondo Monetario Internazionale, pubblicato lo scorso luglio, parla di una “fragile ripresa”, sulla quale però continua a pesare la scarsa produttività – cioè la quantità di prodotti divisa per il tempo umano impiegato per farli, il cui rapporto definisce l’efficacia di un sistema – e l’inefficienza complessiva della pubblica amministrazione. “In Italia – scrive – ci vogliono 230 giorni per ottenere un permesso per costruzione, 120 giorni per allacciare l’elettricità e 1100 giorni per applicare un contratto, tempi molto più elevati della media Ocse”. E che la burocrazia italiana sia un incontrollabile mostro dalle mille teste, è qualcosa che non serve ci venga spiegato dal FMI: ognuno di noi può constatarlo nella propria quotidianità.

L’Italia, un paese frustrato

Un aspetto, questo di un Paese lento e accartocciato da un apparato burocratico elefantiaco, che incide enormemente sul quadro economico se, a proposito di fiducia, a commento dei risultati dell’indagine demoscopica “Gli Italiani e lo Stato” del dicembre scorso, così scriveva il sociologo e politologo Ilvo Diamanti: “Un Paese spaesato. Senza riferimenti. Frustrato dai problemi economici, dall’inefficienza e dalla corruzione politica. Affaticato. E senza troppe illusioni nel futuro”. Difficile pensare nell’arco di nove mesi a un incredibile ribaltamento del clima, anche perché va bene l’ottimismo, ma anche qualora fosse confermata a fine anno la crescita del Prodotto Interno Lordo prevista in misura dello 0.7%, il confronto con il resto d’Europa risulta sempre pesantemente deficitario: i dati parziali del 2015 danno la Spagna in crescita del 2,8%, il Regno Unito del 2,6%, la Germania dell’1,9%, la Francia dell’1,1%, portando la media dell’intera Unione Europea all’1,8%. Come si vede, noi siamo parecchio indietro.

Vero è che da quell’indagine demoscopica di dicembre ad oggi alcune importanti riforme hanno visto la luce. Su tutte il Jobs Act, varato nel marzo scorso, una riforma del lavoro volta al riordino e alla semplificazione della materia. I cui effetti però andranno valutati quanto meno sul medio periodo, dopo quindici anni di “riforme” – dal pacchetto Treu alla legge Biagi – che hanno soprattutto prodotto una precarizzazione sempre più spinta del lavoro. Ecco perché l’entusiasmo del premier manifestato il 30 settembre scorso attraverso un tweet – come ama spesso fare – appare quanto meno prematuro: “Istat. In un anno più 325mila posti di lavoro. Effetto #Jobsact #italiariparte #lavoltabuona”.

Un entusiasmo analogo a quello espresso all’epoca del famoso bonus degli 80 euro, di cui ancora oggi nessuno conosce il reale impatto sulla ripresa dei consumi. Praticamente nullo secondo l’Inps, sufficientemente significativo invece per la Banca d’Italia: “il bonus fiscale per i redditi medio-bassi sarebbe stato consumato per circa il 90 per cento”. Favorendo la micro-ripresa a cui stiamo assistendo.

Ottimismo verso il futuro, ma senza propaganda

La verità? Non si sa dove stia. Gli economisti ne stanno discutendo. Così come sono discordanti le voci sul reale stato della nostra economia. In leggera ripresa, secondo alcuni, ancora gravemente ammalata, secondo altri. Soprattutto in prospettiva. Visto che, dati alla mano, il nostro potenziale di crescita resta modesto, la nostra industria in pesante ritardo rispetto a molti settori strategici presenti e futuri (l’Italia è tra i paesi Ue e G20 a spendere meno nel segmento Ricerca e Sviluppo, con un investimento pari all’1,25% del Pil) e – come abbiamo visto – con un sistema-paese ancora lontano da standard accettabili di efficienza nel funzionamento della macchina dello Stato. Ecco perché, sempre il FMI, ipotizza che saranno necessari almeno venti anni per ridurre il tasso di disoccupazione ai livelli pre-crisi.

E dunque? Dunque, se non ci sono ragioni per entusiasmarsi, nemmeno bisogna deprimersi. Gli italiani, da sempre, sono tanti incapaci di “fare sistema” quanto unici nell’esprimere individualità eccezionali, in grado di far da traino e sopperire ai “buchi” del sistema stesso. E’ dunque giusto, nonostante tutto, guardare al futuro con ottimismo. Ma con l’ottimismo della ragione. Che però, per dare frutti, ha bisogno di verità, non di propaganda.

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