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Tutto quello che non sapete sul velo islamico

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Oltre il velo islamico: origine e significato di un indumento controverso

velo islamico

Hijab, jilbab, niqab, chador, burqa sono i nomi dei principali veli islamici portati dalle donne nel mondo musulmano, un arcipelago disomogeneo che conta al suo interno oltre un miliardo e mezzo di credenti sparsi ai quattro angoli del globo: dall’Indonesia alla Nigeria, dall’Albania al Marocco.

Se il termine “Burqa” rimane il più mediatico, esso è in realtà il velo meno adoperato nel mondo islamico, portato quasi esclusivamente in Afghanistan e in alcune località del Pakistan orientale. Così il primo totem da scardinare è l’uso del singolare quando si parla di velo. Esistono una pluralità di veli islamici ognuno dei quali ha una sua origine e un suo significato specifico.

Com’è nato il velo islamico

Il porto del velo per le donne è un fenomeno che risale all’Antichità, rinvenibile in numerose tradizioni. Fra gli Ebrei e gli Arabi, per esempio, esisteva molto prima dell’avvento dell’Islam (VII secolo). Secondo alcuni studiosi l’origine del velo è antichissima. 4000 anni fa, in Mesopotamia, il velo era già adoperato. Omero descrive Penelope velata davanti ai suoi pretendenti. L’uso del velo fra i popoli arabi preislamici era molto frequente: lo studioso cristiano Tertulliano, che viveva a Cartagine nel III secolo, lo menzionava presentandolo come un modello di virtù da seguire per le donne cristiane.

Agli albori dell’Islam, questa tradizione esisteva già ed era stata “importata” dall’impero cristiano bizantino. A Bisanzio, infatti, le ricche cristiane avevano l’usanza di coprirsi affinché “l’uomo della strada” non potesse scorgerne viso e forme. Nella contemporaneità le nostre madri e nonne, soprattutto nel sud d’Italia, lo portano ancora quando si recano in Chiesa. Ci sono poi le suore cattoliche che vestono ancora oggi con lunghe e larghe tonache integrali.

I vari tipi

Esistono diverse versioni di velo islamico, a seconda della geografia e della cultura di appartenenza.

L’Hijab. E’ una parola che deriva dall’arabo (“Hajaba”) che significa “nascondere allo sguardo”, “mettere una distanza”. Questo velo copre i capelli, le orecchie e il collo, lasciando in vista solo la forma ovale del viso. Talvolta è completato da una tunica larga per celare le forme del corpo. E’ il velo di gran lunga piu’ usato nel mondo islamico. Viene chiamato anche Litham o Khimar, termine generico arabo usato per indicare qualsiasi indumento che copre la testa: un mantello, uno scialle o una sciarpa. L’hijab non copre dunque il viso ne l’insieme del corpo. E’ portato nei paesi arabo-musulmani ma anche in Indonesia, Malesia e in India nonché fra le donne musulmane europee (in Bosnia e in Albania) e fra le immigrate in Occidente. In Italia è il foulard più usato nella comunità islamica nazionale che conta oltre un milione e mezzo di credenti.

Il Niqab. In genere di colore nero, il Niqab si distingue dall’Hijab poiché dissimula anche il viso con l’eccezione degli occhi. E’ portato dalle praticanti di un Islam rigorista e ortodosso. Il suo uso è spesso accompagnato da guanti neri destinati a nascondere le mani e da occhiali da sole per celare gli occhi e il suo complemento è una tunica anch’essa nera che copre tutto il corpo fino alle caviglie. L’obbligo religioso del niqab ha creato numerose controversie in seno ai teologi musulmani. Alcune correnti rigoriste lo ritengono obbligatorio ed è proprio l’uso del niqab che ha portato paesi come la Francia (nel 2011) a proibire per legge il suo utilizzo nei luoghi pubblici. Il niqab è portato soprattutto nel mondo arabo-islamico, anche se è molto meno usato dell’Hijab, e rivela una dedizione profonda nei confronti di Allah.

C’e’ poi il Jilbab, indumento a metà strada fra l’Hijab e il Niqab. La sua comparsa è relativamente nuova. Si tratta di un indumento che non si limita a coprire viso e capelli ma occulta tutto il corpo. Il Jilbab consiste in un lungo abito spesso di colore nero ma non solo (puo’ essere anche grigio o marrone) ed è usato dalle donne saudite. Contrariamente al Niqab non nasconde il viso, contrariamente all’Hijab copre l’interezza del corpo, dissimulando le forme di chi lo indossa. Questo indumento ha un suo corrispettivo maschile, il Kamis (una lunga tunica per uomini in tinta unita di origine saudita). Anche coloro che portano il jilbab, come quelle che portano il niqab, sottintendono una religiosità profonda e rigorista, talvolta associata alle correnti più conservatrici dell’universo islamico. Viene indossato, come menzionato prima, soprattutto nel Golfo Persico.

Arriviamo ora ai veli più etnici, direttamente legati a nazioni del mondo islamico.

Lo Chador. E’ tipicamente un vestito della tradizione persiana pre-islamica. Lo Chador è un abito di colore blu, nero o (più raramente) bianco e il suo utilizzo corrisponde a una cultura religiosa precisa: quella dell’Islam sciita iraniano. Lo Chador non è solo un velo che si indossa come l’hijab, ovvero senza coprire il viso, ma è un abito intero senza maniche che le donne iraniane portavano prima dell’islamizzazione del loro paese. Indossato, in origine, durante le preghiere è diventato obbligatorio portarlo per strada nel XVIII secolo. Sarà lo Scià di Persia e il suo programma di modernizzazione forzata del paese a vietarlo nel 1936 attraverso una vera e propria caccia alle donne che lo indossavano.

Negli anni ’70 le donne iraniane optarono per veli meno invadenti, lasciando scoperti una
parte della loro capigliatura. Ma nel 1979, con l’ascesa al potere dell’Ayatollah Khomeni e la rivoluzione iraniana, lo Chador tornerà ad essere l’abito più usato fra le donne persiane. Tuttavia il suo utilizzo nell’Iran contemporaneo non è obbligatorio: per le donne è sufficiente portare un semplice foulard coprente i capelli e dei vestiti lunghi e larghi dissimulanti le forme. Il suo uso è quasi esclusivamente ristretto all’Iran sciita e alle sacche di popolazioni sciite che vivono nel Levante e nel Golfo Persico (Libano, Siria, Iraq, Yemen e Bahrein).

Infine, il famigerato Burqa. In origine il Burqa era il vestito tradizionale delle tribù pashtun dell’Afghanistan. Spesso confuso con il Niqab questo indumento è portato quasi esclusivamente in Afghanistan e in parti del Pakistan orientale dove esiste una continuità etnico-geografica pashtun. Il Burqa si compone di un lungo abito di colore blu o marrone che copre completamente la testa, il viso e il corpo. Una “griglia” di tessuto è posta all’altezza degli occhi. Essi sono nascosti ma la vista non è impedita completamente a chi le indossa.

Il Burqa è di gran lunga il vestito islamico meno usato e più controverso. Agli occhi del mondo, è il simbolo dell’oppressione della donna del regime dei Talebani che avevano reso il porto del burqa obbligatorio. E’ indissolubilmente legato all’Islam più radicale e patriarcale di matrice sunnita. I Talebani, gli “studenti di Teologia” al potere in Afghanistan dalla fine degli anni ’90 fino 2001 (e che proibirono anche la musica, la danza, i parrucchieri e promossero l’iconoclastia di tutto ciò che non era “islamico”) imposero l’uso del Burqa non già per proteggere la donna e le sue virtù, come vorrebbe la Tradizione Islamica, bensì per evitare le “tentazioni” maschili. Il regime del Mullah Omar crollò sotto i colpi dell’invasione americana e dei suoi alleati all’indomani dell’11 settembre ma il Burqa è largamente usato anche ai giorni nostri in questo martoriato paese asiatico.

L’uso di tutti i veli nelle loro varianti più o meno rigorose è antecedente alla Rivelazione coranica (VII sec). Era un costume largamente in voga in Mesopotamia, in Persia e fra Ebrei e Cristiani. Il Corano riprese questa pratica e la codificò senza tuttavia menzionare esplicitamente l’uso del velo. Cosi nel versetto 31 della Sura 24 e nel versetto 59 della Sura 33, si leggono vaghi richiami alla castità, all’umiltà e al preservare e proteggere le virtù femminili, retaggio tipico di società pre-islamiche a carattere patriarcale.

L’uso del velo islamico ha così subito modifiche e avuto fortune alterne in base ai tempi e ai luoghi in cui esso ha compenetrato i costumi locali. Ma la politica nella storia dell’uso del velo musulmano ha da sempre avuto un peso considerevole: favorendo o scoraggiando, vietando e perseguitando o rendendo il suo uso obbligatorio, a seconda dell’opportunità.

In Europa e in Italia è superfluo ricordare quanto la questione del velo sia un facile argomento di dibattito ma è meno banale riflettere su quanto antiche tradizioni culturali (come il porto del velo: dagli Assiri ai Cristiani) senza radice religiosa alcuna, possano essere oggetto di disputa, un altro falso simbolo di un’inventata incompatibilità culturale fra “Oriente” e “Occidente”.

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