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Chi è Vian Dakhil , la donna che libera le schiave sessuali dello Stato Islamico

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“Ormai vivo nella paura, lo Stato Islamico mi ha condannata a morte e ha messo una taglia sulla mia testa”.  Ecco la storia di  Vian Dakhil e la sua lotta per lo sradicamento della schiavitù, per l’emancipazione femminile e contro lo Stato Islamico.

dakhil

Vian Dakhil, unica componente femminile della comunità religiosa yazida eletta al Parlamento iracheno, dedica la sua vita alla liberazione delle donne ridotte in schiavitù dagli uomini del Califfato.  Nella sua avanzata e nella conquista di parte del Vicino Oriente, lo Stato Islamico ha infatti utilizzato metodi barbari degni di una pulizia etnica nei confronti delle popolazioni non sunnite, fra le quali appunto la minoranza yazida, sterminando gli uomini e schiavizzando migliaia di donne e di bambini.

La lotta di Vian Dakhil ha inizio nell’estate del 2014, quando lo Stato Islamico s’impadronisce della città di Sinjar e dei suoi dintorni, situati nell’Iraq nordoccidentale sul confine siriano, in una regione per lo più popolata da curdi di confessione yazida, un’antica religione sorta nel Levante in epoca preislamica.  Con le lacrime agli occhi, Vian Dakhil lancia allora un grido di allarme, intervenendo in Parlamento.  “Colleghi e fratelli iracheni, nel nome dell’umanità, vi prego, salvateci!”, implora la politica yazida in un discorso che farà subito il giro del mondo.

“Le nostre donne vengono catturate e vendute sul mercato degli schiavi, i nostri uomini uccisi: è in corso un genocidio sulla pelle della comunità yazida”, denuncia Vian Dakhil all’Assemblea legislativa irachena, ricordando al mondo intero la gravità della situazione.

schiave stato islamico
A seguito dell’accorato appello della parlamentare, il governo di Baghdad decide di mandare delle truppe sul campo.  Anche Vian Dakhil si reca sul posto e organizza i primi soccorsi sollecitando l’invio di elicotteri militari per portare rifornimenti e viveri alle popolazioni locali vittime della furia jihadista.  A bordo di uno di essi c’è anche lei quando un nugolo di disperati tenta di aggrapparsi ad un velivolo che, dopo aver perso l’equilibrio, precipita drammaticamente a terra uccidendo sul colpo il pilota e decine di persone accorse per la distribuzione degli aiuti.  Quel giorno Vian Dakhil rimane ferita ad una gamba.

Grazie all’intervento dei combattenti curdi e degli eserciti iracheni e americani, l’avanzata dello Stato Islamico viene fermata.  Ma il bilancio in termini umanitari è catastrofico: migliaia di uomini sono stati giustiziati, altrettanti sono dispersi e più di 5mila donne mancano all’appello.  “Su di un totale di 5840 dispersi o rapiti fra donne e bambini, dopo il conteggio dei morti e delle liberazioni dietro pagamento di un riscatto, 2200 donne restano ancora nelle mani dei boia dell’Isis, prigioniere e schiavizzate dagli uomini del Califfo”, dichiara Vian Dakhil al giornale svizzero “Le Temps”.

Per liberare le donne tenute prigioniere dallo Stato Islamico Vian Dakhil non ha altre soluzioni se non quella di comprare le vittime direttamente dai combattenti del Califfato, al mercato degli schiavi: ”Pago tra i 4mila e i 6mila dollari a persona, poco meno se si tratta di un bambino.  Una volta liberati c’è poi un lungo lavoro psicologico da fare poiché si tratta di donne e di bambini segnati da traumi inenarrabili”, racconta la donna yazida.

schiave

Ad aiutare la coraggiosa parlamentare c’è anche un avvocato iracheno, al Khaleel Dakhi, che sin dalla presa di Sinjar rischia la vita per riscattare le donne catturate dall’Isis.

Dakhi è a capo di una rete di un centinaio di uomini il cui compito è di infiltrarsi nei territori governati dal Califfato, alla ricerca delle schiave.  “L’obiettivo è entrare in contatto con loro per aiutarle a fuggire dai loro aguzzini o trattare il prezzo del loro rilascio con gli uomini dello Stato Islamico, se possibile.  So che la mia vita è in pericolo, ma sento moralmente di dover aiutare queste ragazze e queste donne che aspettano il nostro soccorso.  Cerco di proteggerle dalla furia cieca dei jihadisti: ogni volta che riesco a salvare una persona dalla cattività e dalla schiavitù dell’Isis sento come se avessi conseguito una vittoria contro il terrorismo “, ha spiegato l’uomo al quotidiano britannico The Telegraph qualche mese fa.

A diciotto mesi dall’attacco di Sinjar, la situazione umanitaria sul campo rimane grave, con decine di villagi yazidi ancora sotto il controllo dello Stato Islamico.  E nella città di Sinjar stessa, pur liberata dall’occupazione jihadista, il 90% degli edifici sono stati distrutti, gli altri non sono ancora stati bonificati dalla presenza di eventuali ordigni esplosivi.  “Nessun sfollato intende fare ritorno in una città di fatto rasa al suolo, i cui abitanti o sono morti o sono stati deportati e, come bestiame, messi in vendita nel mercato degli schiavi”, dice la parlamentare irachena di religione yazida.

“Su di un totale di circa 600mila yazidi abitanti nella regione, 420mila vivono oggi nei campi profughi allestiti nelle zone sicure, controllate dai miliziani curdi d’Iraq e di Siria”, spiega Vian Dakhil al quotidiano svizzero-francese “Le Temps”.  La Dakhil vive oggi nella paura costante di attentati jihadisti: è stata minacciata di morte varie volte e l’Isis ha perfino messo una taglia sulla sua testa.

Onorata nel 2014 dal premio Anna Politkovskaya attribuitogli per il suo impegno, Vian Dakhil sa che la sua lotta è ancora lunga.  Perché per le donne che riescono a fuggire dal Califfato Nero tutto rimane da ricostruire.

Chemen Rashid, insegnante diventata attivista umanitaria, accoglie queste donne in un centro di Dahuk, nel Kurdistan iracheno in guerra contro lo Stato Islamico: “Dall’apertura del nostro centro, nel mese di luglio del 2015, abbiamo fornito assistenza sanitaria e supporto psicologico ad almeno trecento donne e ragazze con un età compresa fra gli otto e i trentacinque anni, appartenenti alla comunità yazida.  Sono persone fortemente traumatizzate, vittime di violenze e abusi atroci, di rapimenti e stupri.  Si tratta di donne che hanno perso tutto o quasi, sono vedove o orfane, psicologicamente distrutte e fisicamente fragili e provate: devono re-imparare a vivere e soprattutto a convivere con questi traumi, a diventare donne forti e indipendenti nonostante l’orrore che hanno attraversato”, dice l’attivista al giornale britannico The Telegraph.

 

 

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